Durante la Prima Guerra Mondiale, fra tutti i generi artistici, il cinema fu la forma d’arte che maggiormente raggiunse il grande pubblico, influenzandone in maniera determinante il modo in cui la guerra stessa veniva immaginata, durante e dopo il conflitto. In particolare con l’avvento del sonoro, il Cinema dei pionieri si fece il mezzo privilegiato di riflessione sui vari aspetti della guerra e proprio in quel periodo le proiezioni cinematografiche conobbero la loro prima diffusione di massa. Solo negli Stati Uniti, tra il 1915 e il 1918, vennero prodotti 2.500 film, mentre in Europa, nonostante l’esordio un po’ più stentato della nuova arte, si superarono le 400 opere. Centinaia furono le pellicole ispirate alla Grande Guerra, sia come soggetto principale che come pretesto per trame che della guerra si servono solo come sfondo temporale.

In un primo tempo, la maggior parte dei film realizzati ebbe chiari intenti propagandistici e soltanto a partire dagli anni ’20, i temi ad essa ispirati iniziarono ad essere più variegati. Durante il conflitto si assiste all’esaltazione della guerra e ad un certo estetismo del campo da battaglia: uomini con l’elmetto e donne innamorate sono spesso protagonisti di una storia privata che si intreccia in qualche modo con la guerra; e ognuno di loro ne combatte a sua volta una personale, che di volta in volta può assumere i più diversi significati. Ciò che però spesso accomuna i personaggi è il senso di disillusione finale, come in “La Grande Illusione” (1937), tematica che continuò ad essere rappresentata anche molti anni dopo la fine della guerra. Alla propaganda del riscatto nazionalista prese ad affiancarsi dunque la cinematografia pacifista, di cui il capolavoro di Jean Renoir è forse uno degli esempi più classici: secondo Renoir tutti siamo perdenti di fronte alla guerra. A questa comunanza si affianca però il tema della diversità delle classi sociali, alla base dei diversi interessi che ogni individuo trova nella guerra. Questo fu il grande dramma della prima guerra mondiale. Ognuno combatte la propria guerra. Il soldato meramente interessato a portar a casa sana la pelle sarà interpretato da Alberto Sordi e Vittorio Gasmann nel film “La grande guerra” di Mario Monicelli (1957), dove solo nel finale, i due protagonisti, catturati dagli austriaci, rendono onore alla propria divisa, mentre l’estremizzazione degli “egoismi” è rappresentata in “Orizzonti di gloria” (Kubrik 1957) in cui la sete di carriera di un generale francese condurrà gli uomini del suo reparto alla morte, mandati all’assalto delle posizioni tedesche senza alcuna possibilità di vittoria. Al tema delle divisioni sociali, si contrappone poi tutta una serie di film sul cameratismo, dove, all’opposto, viene sottolineata l’unione degli uomini di fronte al dovere verso la patria e la solidarietà verso il compagno d’arme; fratellanza capace di vincere ogni paura, perfino quella della morte, come nel film “Le vie della Gloria“, di Howard Hawks (1936). Al contrario, nel film “All’ovest niente di nuovo“, diretto da Lewis Milestone (1930) e tratto dal celebre romanzo “Niente di nuovo sul Fronte Occidentale” di Enrico Maria Remarque, quando gli studenti tedeschi che si arruolano volontari si rendono conto che la guerra ha poco da spartire col coraggio, il dovere o l’etica, prevale una visione più nichilista. Il film, tra i primi con il sonoro, mostra le crudeltà della guerra con uno straordinario realismo e verrà riproposto in una nuova versione nel 1979.

Con il passare degli anni e sopratutto dopo essere usciti da un secondo e tremendo conflitto mondiale, il cinema ha saputo trasmettere una sempre più realistica immagine degli orrori e dell’assurdità del conflitto, in maniera disillusa e priva di ogni retorica nazionalista. Le sceneggiature si sono evolute col tempo e col variare della sensibilità storica, mentre gli effetti speciali hanno sostituito le scene pericolose girate dal vivo, che in film come “La caduta delle aquile” del 1966 provocarono incidenti e morti tra gli stuntmen.

Davvero lunghissima potrebbe essere la lista dei titoli ispirati ai terribili fatti che in quegli anni sconvolsero il mondo, dai super classici “Charlot in trincea (Charlie Chaplin, 1918) e “Il cuore della terra” (David W. Griffith, 1918), fino agli odierni “War Horse (Steven Spielberg, 2011) e “La montagna silenziosa “(Erns Gossner, 2013), ma per evidenti motivi di spazio in questa sede ne citerò solo alcuni:

  • I quattro cavalieri dell’Apocalisse (Rex Ingram, 1921)
  • La leggenda del Piave (Mario Negri, 1924,)
  • La grande parata (King Vidor, 1925)
  • All’ovest niente di nuovo (Lewis Milestone, 1930)
  • Gli angeli dell’inferno (Howard Hughes, 1930)
  • Addio alle armi (Frank Borzage, 1932)
  • Terra di nessuno (Victor Travis, 1932)
  • Le vie della gloria (Howard Hawks, 1936)
  • La grande illusione (Jean Renoir, 1937)
  • Il sergente York (Howard Hawks, 1941)
  • Addio alle armi (Charles Vidor, 1957)
  • Orizzonti di gloria (Stanley Kubrick, 1957)
  • La grande guerra (Mario Monicelli, 1959)
  • Lawrence d’Arabia (David Lean, 1962)
  • La caduta delle aquile (John Guillermin, 1966)
  • Gli anni spezzati (Peter Weir, 1981)
  • La trincea (William Boyd, 2000)
  • Il battaglione perduto (Russell Mulcahy, 2001)
  • Giovani aquile (Tony Bill, 2006),
  • Passchendaele (Paul Gross, 2008)

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