Marito e moglie tornano nel loro grande appartamento. Lui ha un cerotto che copre una ferita sulla testa. Ha perso la memoria. Lei gli rivela i suoi gusti e il loro passato, ma qualcuno mente e il conflitto di coppia non tarderà a scoppiare tra vicendevoli illusioni, un’ironia noir e la spietata resa dei conti. “Mi sono innamorato subito del testo e come tutti ci ho trovato innumerevoli aderenze con il mio vissuto di coppia, nelle sue nefandezze, crudeltà, ma anche nelle fragilità e teneri compromessi che si devono inevitabilmente affrontare per poter sopravvivere al rapporto così stretto con un altro individuo”. Alex Infascelli spiega così il suo avvicinamento al testo Piccoli crimini coniugali. Scritto dal drammaturgo francese Eric-Emmanuel Schmitt e passato decine di volte sul palcoscenico, nelle mani del regista romano diventa quasi una Guerra dei Roses all’italiana. Ma il suo film, fedelissimo al testo originale edito in Italia da Edizioni E/O, fuma corrosivamente da sotto le ceneri del rapporto tra i protagonisti.

Il gioco a due vede Margherita Buy donna sottomessa e consumata da un amore sbilanciato e un’invidia latente, mentre Sergio Castellitto è un intellettuale borghese cinico e arrogante che s’indebolisce solo alle prese di coraggio della moglie. In un cinema italiano dedito a sorridenti sovraffollamenti scenici e alla stratificazione di temi e situazioni, Infascelli compie la sua piccola rivoluzione personale perché sceglie una storia a due relegandola in interni. In più cancella ogni traccia di cielo opacizzando i vetri delle finestre. Le scelte di arredamento del set graffiano la sensibilità dello spettatore. Il grande appartamento padronale con il doppio corridoio per la servitù viene abitato soltanto dai coniugi, e la modernità che vorrebbe raggiungere, in realtà, è un effetto kitch che mescola opere d’arte con librerie Ikea, neon con marmi d’epoca e camini telecomandati con antiquariato e mobili moderni lucidi. Contraddizioni sceniche che inchiodano lo spettatore in una visione teatrale. I gusti discutibili della coppia risultano da questa estetica fintamente accogliente, in realtà aggressiva e perennemente incompleta. Esattamente come ognuno di loro.

Il lavoro di questo film porta tutto su un piano simbolico, a partire dai temperamenti sopra le righe dei due fino a quella casa, terzo personaggio che li circonda. Anzi, ci circonda. Perché la quarta parete è abbattuta dalla macchina da presa e questa novità è l’arma principale di Infascelli nel raccontare una storia claustrofobica di maschilismo moderno e sottomissione antica. Rispetto ai Roses è quindi molto più cinema di parola. Cerebrale. E coraggioso è l’autore che offre al suo pubblico la stessa mela avvelenata di invidie borghesi e rancori passionali che i suoi due personaggi morsicano quando non si azzannano tra loro.