Fino a che punto è facile immedesimarsi in un protagonista che non ha niente di accattivante? Quanta bravura ci deve mettere il regista per fartelo capire e, in una certa maniera, amare? Se il protagonista è il Riccardo Scamarcio di Pericle il nero l’operazione non è facile. Negletto, unto, di cui senti il tanfo mentre attraversa la strada, parte di una comunità malavitosa che non guarda in faccia nessuno. I presupposti non ci sono, eppure il regista Stefano Mordini ci riesce e, nonostante tutte le resistenze, alla fine decidi di stare dalla parte del protagonista. Nella prima parte lo rifiuti ma poi, nella seconda, appena accenna forse l’unico sorriso del film, decidi di accoglierlo. E nella terza le difese ormai si sono abbassate e arrivi a tifare per chi non avresti mai creduto fonte di simpatia.

Pericle il nero è un film cupo, dai colori freddi, difficile da seguire nelle sue lentezze, nell’indugiare sulla miseria umana, ma sentendo parlare Mordini ci si rende conto della portata dell’operazione intellettuale, dello studio accurato che si cela dietro un film cesellato per ben due anni e non si può rimanere del tutto indifferenti davanti ad un lavoro del genere. Un noir in piena regola, che prende il via dalla pagine del libro omonimo di Giuseppe Ferrandino, la cui trasposizione cinematografica era nell’aria già dall’anno della sua uscita nel 1993.

Il film si discosta dalla fonte letteraria in maniera intelligente, facendo svolgere l’azione non a Napoli ma all’estero, e Mordini ci spiega il perché «Il romanzo è molto complicato, con un flusso di pensieri che ricorda la beat generation. Però mi sembrava una sfida interessante. Ho pensato di spostarlo in Belgio perché ambientandolo a Napoli non sarei stato capace di riprodurre le dinamiche del luogo, che non conosco abbastanza a fondo. Così ho scelto una sorta di non luogo». Le sceneggiatrici Francesca Marciano e Valia Santella sottolineano anche loro l’importanza di tutto ciò «Quando Mordini ci ha detto che voleva farlo in Belgio ci è sembrata una sfida interessante. Ci piaceva il contrasto tra il grigio del Nord Europa e i colori di Napoli. Pericle è un orfano e spogliarlo di Napoli dava molto al personaggio. Inoltre scegliendo un ambiente diverso da Napoli potevamo rendere più iconici e teatrali alcuni personaggi e questo ci ha permesso di parlare non della camorra ma della storia di Pericle».

Il lavoro di preparazione è stato forse la cosa più complicata di tutto il film, che, una volta messo su carta, si è lasciato girare senza difficoltà, anzi, crescendo sul set e prendendo spunto dalla vita reale. Lo stesso Scamarcio ha spiegato che il lavoro sul personaggio è stato consequenziale a quello di produttore, dando così la possibilità di arrivare ad esso con grande chiarezza.

Al contrario di quanto potrebbe sembrare dalle prime battute Pericle in nero non è affatto un film sulla camorra, come sottolinea Mordini: «Si tratta di un film sulla solitudine di un uomo più che sulla criminalità. Non volevo dare eroismo alla criminalità, ma farne vedere la miseria. Siamo invasi da gangster movie, questo invece va in un’altra direzione». Particolarmente intensa l’interpretazione di Marina Foïs nel ruolo di Anastasia, ancora di salvezza di Pericle che però non si vota alla causa, rimane coi piedi per terra, restituendoci una donna reale, senza cadere in un clima da fiaba. Anche Mordini e Scamarcio ne hanno lodato le grandi capacità, il primo affermando «Marina non ha fatto il nostro stesso percorso sul personaggio, ma ha capito sin da subito come lavorare. Dal punto di vista energetico ha fatto capire subito di essere una di noi. Ha portato grande vitalità sul set, nonostante fossimo tutti stanchi perché giunti alla fine delle riprese».

Pericle il nero è l’unico film italiano presente a Un certain regard e Scamarcio dichiara a riguardo, con una piccola nota polemica: «Essere a Cannes è come aver vinto il Giro d’Italia, mi spiace non ci siano altri film italiani… Mi auguro anche che il pubblico sia incuriosito, in ogni caso essere al ‘‘concorsino’’ di Un certain regard corona un sogno, dopo aver preso rischi seri  e aver lavorato due anni come matti».