Un film umano, che trasforma una crisi nazionale in un moto di ribellione di un intero paese. Sullo sfondo lui, quel Pelè simbolo della rivalutazione della ginga, delle sue umili tradizioni e della sua spettacolarità. Discendente dagli schiavi africani, arrivò a conquistare il mondo: impresa in cui molti gladiatori e guerrieri non riuscirono, ce la fece un ragazzo di appena 17 anni con un pallone in mano e tanta voglia di divertirsi.

Chi guarda il film sulla storia del campione dei campioni del calcio non può non piangere, commuoversi e gioire per la vittoria finale. Perché è una storia di quelle che vorremmo raccontare sempre ai nostri figli, ma che parte da una crisi profonda e un voler dimenticare: il Maracanazo, la sconfitta del Brasile nella finale del Mondiali del 1950 contro l’Uruguay che portò, addirittura, a migliaia di suicidi. Un’onta mai lavata, fino a quando non comparve lui: Pelé.

La voglia di mostrare chi si è realmente è il file rouge del film, con Pelè e soprattutto il calcio che diventano motori della rinascita dell’anima e non solo. E poco importa se il film termina con il successo del Brasile alla Coppa del Mondo del 1958, perdendo di fatto tutto il  bello della carriera di Pelè; perché in questa pellicola c’è davvero ogni cosa che serve per avere una produzione degna di nota: nascita del mito, emozione, crisi e consacrazione. Di Pelè, del Brasile ma anche del calcio. Perché il calcio, senza alcuni mostri sacri della sua storia, sarebbe solo un susseguirsi di numeri e risultati. Senza parole e senza umanità.

Un buon film, onesto dirette Hemingway se fosse ancora tra di noi. Nulla di trascendentale, ma sicuramente alcune scelte sono state coraggiose: come quella di prendere in considerazione solo 8 anni di vita di Pelé, il voler rendere José Altafini spocchioso all’inizio (anzi, ma gli sarà piaciuto?) per poi completarne il personaggio con la redenzione. E poi, sullo sfondo, l’eterna lotta contro il razzismo, in un paese dove i posti di potere erano dei bianchi e i neri, come il papà di Pelé, puliscono i gabinetti.

Cammeo anche per lo stesso Edson Dico do Nascimiento, che “incontra” il se stesso 17enne in un hotel a Stoccolma: perché la storia, siamo sicuri, qualche licenza poetica se la sarà pure presa. Ma anche questo è il bello del film: fin dove arriva la realtà dei fatti raccontati? A noi interessa solo l’aspetto umano della pellicola. E addio Maracanazo. Pelé, grazie di esistere.