Sono passati 40 anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini, e ancora si continua a discutere di un evento avvolto dal mistero: difficile pensare che quella frattura del 2 novembre del 1975 possa essere sanata in qualche modo.

Ma se il ricordo dell’intellettuale Pasolini è ancora vivo (e lo dimostra anche il film dedicatogli da Abel Ferrara) lo si deve anche alla profonda influenza che il regista, poeta, scrittore e saggista è riuscito a a esercitare non solo sull’Italia degli anni ’60 e ’70, ma anche sul dibattito odierno. I suoi film, romanzi, articoli hanno descritto con lucida disperazione e con piglio profetico alcuni dei processi storico-economico-sociali le cui conseguenze sono ormai innegabilmente sotto gli occhi di tutti.

Per questo motivo non si può che salutare con grande soddisfazione il ritorno in sala cinematografica della versione integrale del suo ultimo contestatissimo film, Salò o le 120 giornate di Sodoma. Il restauro della pellicola, curato da Cineteca di Bologna e Cineteca Nazionale, è stato effettuato dal celeberrimo laboratorio L’Immagine Ritrovata: un lavoro che durante la scorsa Mostra del cinema di Venezia è stato premiato nell’ambito di Venezia classici, sezione dedicata proprio al recupero dei lavori del passato.

Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna, ha affermato all’Ansa che “restaurare Salò ci è sembrata un’operazione doverosa, una questione di politica culturale. È forse il suo film più famoso ma anche il meno visto. Ritenuto come una sorta di testamento di Pasolini, è fortemente legato alla sua morte: come si sa finì il montaggio il giorno prima di essere ucciso all’idroscalo di Ostia e uscì in sala brevemente due mesi dopo, con il valore di un testamento disperato’‘.

Come è noto il film è ispirato al quasi omonimo romanzo del marchese De Sade, ma Pasolini volle ambientare la pellicola trasferendo il luogo dell’azione nella Salò nel 1944. Alla sua uscita il film venne sottoposto a tagli importanti, vietato ai minori e poi quasi subito sequestrato. D’altro canto il delirio di onnipotenza mortifera descritto da Pasolini è una sorta di contraltare de La grande abbuffata di Ferreri, proiettato nel 1973.

Laddove i protagonisti di quest’ultima opera rappresentano come una fotografia al negativo del benessere economico italiano, e della società dei consumi senza limiti destinata ad autofagocitarsi, i giovani rapiti dai quattro rappresentanti del potere altro non sono che le vittime del potere assoluto che reifica i corpi e ne abusa con indicibili umiliazioni, stravolgendo completamente il carattere gioioso del sesso e imponendo le proprie arbitrarie sentenze di morte alla ricerca di un abietto piacere senza fine.

Oltre alla proiezione del film, prevista proprio per il 2 novembre, a Bologna si terranno anche una serie di iniziative per celebrare uno dei figli più importanti della città. A Pasolini è infatti dedicata una mostra, Officina Pier Paolo Pasolini, che verrà inaugurata il 17 dicembre al Mambo: suddivisa in sei sezioni, attraverso fotografie, filmati, disegni, costumi di scena e materiale di repertorio verranno esplorati i vari temi che hanno informato l’opera dell’artista.

Sempre a Bologna la Biblioteca Salaborsa rinnoverà l’allestimento di Una strategia del linciaggio e delle mistificazioni (dal 13 ottobre al 15 novembre), mostra che documenta l’ostracismo della stampa e dell’opinione pubblica subito da Pasolini sia prima che dopo la sua morte.