Non è necessario conoscere la storia della lavorazione di Party Girl, film d’esordio del trio composto da Marie Amachoukeli, Claire Burger e Samuel Theis, per apprezzarlo, ma forse qualche elemento in più può aiutare a comprenderne le dinamiche.

La pellicola premiata a Cannes 2014 come miglior film della sezione Un certain regard e con la Camera d’or come migliore opera prima, in uscita nelle sale italiane a partire dal 25 settembre, è infatti un’operazione autobiografica, dato che nei ruoli principali compaiono lo stesso Theis, i suoi fratelli e la madre nelle vesti della protagonista Angelique (che d’altro canto è il suo nome).

Il film racconta un frammento della vita della “party girl” del titolo, una donna che arrivata a sessantanni lavora come hostess in un cabaret-night club al confine tra la Francia, Belgio, Germania e Lussemburgo (il risultato sonoro del film in lingua originale è decisamente curioso).

Angelique avrebbe l’età per andare in pensione, se non avesse sempre lavorato in nero, e anche la sua clientela abituale si è ormai assottigliata, riducendosi praticamente alle sole visite del gentile e un po’ orso Michel. Quando questi le chiede di sposarlo per lei si apre la prospettiva di una nuova vita, cui però non sa se saprà abituarsi.

Nato come ampliamento di un progetto scolastico, Party Girl può essere descritto agevolmente come uno studio di un personaggio. Angelique è infatti quasi sempre al centro delle sequenze del film, con la sua fisicità esuberante e uno charme ancora intatto, di cui è vagamente consapevole. Svagata come se fosse rimasta all’età adolescenziale, soggetta a cambiamenti d’umori improvvisi, a volte impercettibili e a volte esplosivi, generosa e meschina, malinconica e insicura, sensibile e un po’ ottusa: sono tanti aggettivi – categorie aristoteliche – che utilizziamo per descrivere il personaggio, quasi a volerlo incasellare in una tipologia psicologica, ma del tutto inutilmente.

La forza dell’opera sta proprio nel modo in cui inquadra Angelique, immaginiamo semplificata dalla vicinanza tra Theis e la Litzenburger protagonista: grazie alla prossimità della macchina da presa, che la mette a nudo fermandosi giustamente allo strato superficiale, di lei si tratteggiano i comportamenti piuttosto che la psicologia, senza alcun superfluo tentativo di spiegazione razionale.

Con una fotografia che affianca i giochi di luce del nightclub, i riflessi del sole sul viso di Angelique e la piattezza dei grigi esterni, con una camera a mano stretta sui volti e sui corpi, il trio di registi segue Angelique mentre lascia le amiche del nightclub, si adatta alla vita in due, prepara il matrimonio, incontra i figli a lei vicini e riprende i contatti con quelli distanti; il tutto, grazie alle caratteristiche dette, dona un’impressione di verità, di vicinanza al soggetto, e quindi l’illusione di trovarsi davanti a delle persone e non dei personaggi, con tutte le loro debolezze  e la capacità di commozione insita nella realtà.

Impossibile non pensare a Gloria, il film cileno di Sebastian Lelio, con cui questa pellicola ha molti punti in comune. Le differenze però si fanno sentire, e in qualche modo potrebbero riflettere il gradimento del potenziale pubblico rispetto alle due proposte: Gloria infatti era un film più sceneggiato, con un arco narrativo preciso e una messa in scena (l’eccelsa professionista Paulina Garcia in primis) evidente e apprezzabile; Party Girl invece è molto più frammentato, con più di qualche momenti di stasi nonostante la durata contenuta, e un’impostazione che deve qualcosa all’improvvisazione.

Entrambi i film parlano di una donna anziana che non riesce ad abituarsi all’idea di vecchiaia (ma anche di responsabilità) accettata e veicolata dalla società e dagli affetti più vicini, ma se il cileno allarga in qualche modo il campo d’indagine, la produzione francese posa interamente sulle fragili spalle della protagonista, che a volte reggono il peso e altre purtroppo no.

Il finale del film che segue una scelta radicale della protagonista è tuttavia qualcosa di molto potente, sia grazie al rifiuto del classico compromesso risolutivo sia con la canzone omonima di Chinawoman che riflette perfettamente per atmosfera e testo il mistero imperscrutabile degli occhi spenti e lucenti allo stesso tempo di Angelique.

Foto ufficio stampa