Cosa significa essere il figlio di un attore famoso come Paolo Villaggio? Spesso si dimentica infatti che gli artisti possono essere anche genitori, mariti (o mogli) e che possano avere una famiglia più o meno numerosa. E spesso si dimentica anche che non è sempre facile per un familiare poter essere potenzialmente sotto l’obiettivo indiretto della notorietà, magari senza volerlo affatto. Come accade per un figlio.

Piero Villaggio, figlio di Paolo, ha voluto scrivere un libro proprio per parlare della sua esperienza come figlio di un attore. Ma Paolo Villaggio è anche più di un attore perché grazie al personaggio mitico del ragionier Ugo Fantozzi – che ha dato vita ad una delle saghe cinematografiche comiche che ormai sono pietre miliari del cinema italiano – è diventato un simbolo, un modo di essere che è riuscito ad entrare anche nel nostro gergo. Non per niente, il suo personaggio ha forgiato l’aggettivo di fantozziano.

Il libro di Piero, autobiografico, si intitola Non mi sono fatto mancare niente – La mia vita all’ombra di un padre ingombrante. Un titolo molto forte, che anticipa già cosa racconterà il figlio di Paolo Villaggio all’interno del libro. Una vita di problemi (a cui forse si sottraggono quelli economici), come quelli di avere genitori sempre lontani e in giro per il mondo (sua madre è Maura Albites, che dalla fine degli anni Cinquanta è la moglie di Villaggio) , che riempiono di regali i figli per colmare altre eventuali mancanze. Piero, il cui nome completo è in realtà Pierfrancesco, racconta con ironia passaggi anche molto dolorosi della sua infanzia ed adolescenza, che lo hanno poi portato a compiere scelte sbagliate (come quello di avvicinarsi alla droga e di finire poi in comunità per disintossicarsi e trascorrere forse i tre anni peggiori della sua vita).

Alla soglia dei cinquantré anni, il figlio di Paolo Villaggio racconta di come può essere difficile doversi relazionare con un padre “ingombrante”, abituato a concentrare tutta l’attenzione su di sé, come spesso capita con gli artisti. Ma racconta anche di com’è stato difficile trovare la propria strada (“Quando per vivere non si è costretti a lavorare“) e di come, ad un certo punto, l’abbia smarrita perché attratto da una tentazione – la droga – a cui credeva di poter dire basta in qualsiasi momento.