Per la prima volta il grande schermo racconta la storia dei militari sudcoreani infiltrati nell’esercito della Corea del Nord per favorire l’attacco navale americano di liberazione. Nel 1950 la Corea del Sud era stata invasa quasi completamente dalla Corea del Nord e stretta nell’estremo sud del paese. L’unico modo per contrastare l’avanzata era di conquistare strategicamente Incheon, città al centro della penisola asiatica. La presa dal mare di quel territorio avrebbe significato tagliare i rifornimenti nordcoreani verso il sud della ormai sottomessa Seoul e restituire la Corea del Sud al suo popolo, scacciando i nordcoreani verso il loro territorio. Fu il generele Douglas MacArthur ad essere al comando dell’operazione di liberazione delle Nazioni Unite. Lui stesso la battezzò Operazione Chromite. Una squadra di soldati sudcoreani si sarebbe infiltrata tra le fila dell’esercito nordcoreano per raccogliere dati e spostamenti utili allo sbarco dell’ONU.

Operation Chromite mostra, romanzandole come il cinema tende a fare, le gesta della squadra infiltrata. Identità fittizie, coperture sul filo secondi dall’essere scoperte, fughe, scontri, rappresaglie, indagini nordcoreane sulla fantomatica squadra alimentano la maggior parte di questo film avvincente diretto da John H. Lee. Lo scenario di guerra si riflette in una storia di spionaggio piena di pericolo e capovolgimenti di fronte. Molto ben costruita la sfida tra il capitano sudcoreano che guidava gli infiltrati e il comandante nordcoreano, prima messo a giro e poi feroce segugio carnefice a caccia dei coraggiosi nemici. Lee Jung-Jae impersona il primo, Lee Bum-soo il secondo. Entrambe star del cinema asiatico con alle spalle importanti blockbuster del Sol Levante da noi poco noti sono i veri protagonisti del film. Di produzione coreana, Operation Chromite schiera ovviamente un intero cast asiatico e inserisce un Liam Neeson perfetto nei panni di MacArthur. Già esplorate da Hollywood in diverse versioni, le vicende belliche del genereale americano offrono una nuova declinazione di personaggio testosteronico e guerrafondaio a Neeson e al suo cinema  recente, stavolta, per fortuna, ispirato alla realtà. Anzi, alla storia. Tanto che l’attore si è preparato studiando nei dettagli fisicità e piccoli tic del generale.

Lee, regista trasversale impegnato in vari generi, ha dietro di sé film dai grossi numeri, come The Thieves, con quasi 13 milioni di biglietti venduti in Corea del Sud e Assassination, con 12,7 milioni di biglietti staccati sempre in Corea. La presenza di una star del calibro di Neeson in un plot che coinvolge Corea e Stati Uniti rappresenta un buon crossover per penetrare il mercato mainstream occidentale con un film orientale. Tentativo non nuovo alla cinematografia mondiale. Come le recenti esperienze viste in Snowpiercer e Okja di Bong Joon-ho. La regia di Lee ci addentra nei meandri della dittatura nordcoreana di Kim Il-sung, nonno dell’attuale leader Kim Jong-un. Pone sempre la sua attenzione su soldati e gente comune. Sacrificio estremo per i partigiani asiatici e la voglia di libertà di un popolo sono narrati con una formula da bastardi senza gloria. Del resto così furono trattati gli infiltrati dal nemico. Ma come si sa, la storia alla fine ha voluto la divisione “equa” tra le due Coree. Nei cinema italiani dal 20 luglio, tutto il film è pieno di azione e imboscate girate con moltissima forza cinetica, lasciando spazio anche al sentimento spezzato dalla tragedia ma mai domo, e rappresentato sempre in maniera estremamente sobria. Mentre su tutti troneggia dal suo incrociatore, con la sua pipetta di legno, il generale Neeson.