Qualche mese fa, in occasione del 40esimo compleanno di Pietro Taricone, era spuntata sui social una lettera scritta da Kasia Smutniak dedicata al compagno scomparso per un incidente di paracadutismo. Qualche giorno fa l’attrice ha svelato al “Corriere della Sera” tutta la verità, confessando di non aver mai scritto quelle parole:

“Non sono stata io, non lo avrei mai fatto. Purtroppo c’è un’altra faccia della medaglia dei social network. Continuo a dire che non ho Facebook, non ho Twitter e non ho Instagram, ma il problema dei ‘fake’ non è ancora risolto. Non avrei mai scritto una lettera del genere, non mi sarei mai permessa”.

La Smutniak, quindi, non ha profili attivi sui social network ed ha abbandonato anche il mondo modaiolo dell spettacolo, anche se purtroppo rimane vittima dei giornalisti a caccia di scoop:

“La mia vita è come quella di tutte le donne che lavorano. Mi alzo alle sette perché mia figlia va a scuola e vado a dormire presto. Ora c’è anche un altro che si sveglia di notte. L’unica differenza è che se io vado al supermercato mi fanno le foto, alle altre no. Non ci sono altre differenze. Il mondo del divismo è finito, grazie a Dio, però è cominciato un altro incubo in cui tu in qualche modo, in qualsiasi momento, puoi essere ‘taggato’, visto, ripreso in momenti privati e magari non ne avresti alcuna voglia. Tutto questo senza che nessuno te lo chieda. Speriamo passi pure questo”.

Intanto l’attrice continua ad essere impegnata nel settore della beneficenza, in particolare nella costruzione di una scuola in Nepal, proprio in memoria dell’ex compagno scomparso:

“Siamo nella fase della conclusione del primo edificio scolastico e in questo momento stavamo scegliendo il corpo docente, che non è facile lì. È una scuola per circa 80 bambini, ma cominceremo con due classi, ed è una scuola che si trova nel Mustang, una piccola regione tra Tibet e Nepal [...] La scuola si chiama “Solar School” perché ci piaceva un nome allegro, se tutto va bene apriremo a maggio prossimo. È un progetto a lungo termine, è come se avessi un altro figlio, un lavoro in più”.