Arrivano dappertutto e aspettano di essere sotto i flash dei fotografi per dare inizio alla loro azione dimostrativa.

Le Femen sono sbarcate anche alla Mostra del cinema di Venezia, come di consuetudine in topless e con corone di fiori in testa, urlando slogan di liberazione da quella che considerano “la schiavitù del corpo femminile”.

Erano in sei le attiviste che si sono fatte immortalare al photocall con la regista Kitty Green (lei vestita) per sostenere il suo film, il documentario presentato fuori concorso “Ukraine is not a brothel”, che racconta i retroscena sul loro movimento.

La pellicola fa un ritratto del movimento femminista che ha suscitato scalpore in tutto il mondo, nato nelle strade innevate di una Ucraina postsovietica corrotta, le Femen, con la loro lotta a torso nudo contro il patriarcato, hanno scatenato i media europei attirando l’attenzione di tutti.

Il film offre uno sguardo intimo della vita di queste donne e svela che queste attiviste non sono poi le “focose femministe” che dicono di essere.

La scomoda verità delle Femen emerge lentamente nel film di Kitty Green, 28 anni, australiana di madre ucraina (foto by InfoPhoto).

La regista si è guadagnata la fiducia delle attiviste condividendo con cinque di loro, per un anno, un appartamento a Kiev. Un lungo anno in cui la Green segue le ragazze fra proteste, denunce e arresti, finendo lei stessa più volte in manette, come l’ultima volta a Roma.

Il messaggio di “Ukraine is not a brothel” è che, appunto, l’Ucraina (come tanti altri paesi) “non è un bordello” come recita uno slogan delle Femen, benché qui le giovani sembrino vedere poche alternative nel loro futuro oltre a quello di prostitute o spose di mariti prevaricatori.

La speranza per il futuro è quella di vivere in un paese che ascolti le sue donne e le Femen scelgono di mostrare il corpo per far sentire la propria voce. Il nudo come strumento pacifico e mediatico, forse rumoroso e poco casto, ma almeno d’impatto.

Ecco la gallery: