In un futuro molto prossimo il mercato automobilistico, almeno quello americano a quanto pare, sarà invaso da un nuovo concetto di viaggio in sicurezza, la Monolith. Un suv che oltre a tutti i confort e i segnalatori immaginabili e non, ha una blindatura adamantina indistruttibile. Una giovane madre un po’ scapestrata è costretta a farci un viaggio con il figlioletto di due anni perché il marito discografico ha deciso per la loro sicurezza totale. Ma una serie di sfortunati eventi lascerà la donna fuori dall’auto, con il bambino dentro. Ma non nel parcheggio affollato di un centro commerciale, bensì nel deserto.

Film presentato recentemente al Festival di Giffoni, presenta un soggetto ideato da Roberto Recchioni, autore anche della stessa graphic novel che ha ispirato la sinergia inedita tra Sky Cinema HD e Sergio Bonelli Editore. Prima volta alle prese con una produzione cinematografica per la casa editrice, al volante del progetto è stato scelto Ivan Silvestrini, nuova e brillante leva del cinema italiano che si era già fatto notare mesi fa con la regia di 2Night. Ben diretto e interpretato ma non altrettanto generoso con la scrittura dei dialoghi. Lì però Silvestrini dirigeva soltanto il set. In Monolith invece è anche co-sceneggiatore, dettagli che fanno la differenza. Il thriller si sviluppa intorno alla disperazione di una madre sola contro una natura inospitale, ma soprattutto contro la tecnologia della sicurezza che le si rivolta contro. Un po’ scioccamente si potrebbe citare il proverbio maschilista sulle donne al volante, ma Silvestrini e Recchioni saltano più lungo e atterrano alla grande perché si cita Kubrick in maniere trasversali. Il macchinone nero e impenetrabile come un monolite bloccato in un deserto roccioso ricorda molto la parentesi scimmiesca di 2001: Odissea nello spazio. Ma anche la voce guida dell’auto, femminile, suadente e sinteticamente rigida nella sua artificialità, è in fin dei conti una nipotina di HAL 9000. Bello osservare come stille di grandi classici fioriscano diversamente nei lavori di giovani autori.

Con un tessuto hollywoodiano presenta il percorso dell’eroe, anzi, dell’eroina. Con il respiro di produzione che parla inglese (viva Dio), cast e soprattutto location internazionali, Monolith punta a un mercato globale perché impasta claustrofobia e agorafobia producendo tensione, ansia e paura continue. Il bambino chiuso in auto è anche asmatico e la temperatura bollente del deserto lo mette in grave rischio. Fuori invece la donna ci si perde in quel deserto, lotta contro la sete, e dove c’è natura selvaggia e isolata c’è sempre anche la minaccia di qualche animale. In un racconto per immagini che toglie il fiato, Silvestrini ci spacca le labbra dal caldo torrido, ci mette in pericolo in vari modi e ci sottopone ad allucinazioni da insolazione perché crea un’empatia fortissima tra il personaggio della madre e il pubblico. Una tensione che monta un minuto dopo l’altro tenendoci pericolosamente su un crinale dall’inizio alla fine. Monolith è senz’altro il film imperdibile di ferragosto, visto che esce il 12. Merito del risultato va anche a Katrina Bowden, attrice bellissima ma non svampita, la sua Sandra non è la solita biondina redenta. Si difende faticosamente da un recente passato di superficialità e jet-set per conquistarsi a pieno titolo la propria maternità. In una scalata continua del carattere, l’attrice scatena gradualmente tenacia e incrollabilità l’evoluzione del suo personaggio sulla cresta di un’onda cinematografica che travolge tutto.

Produzione Sky e matrice anglofona ipotecano una presenza televisiva globale dopo la vita in sala del film. Ma non corriamo. Sulla vita in sala è la nuova Vision Distribution che si occupa di portare Monolith al pubblico estivo. Società fondata a fine 2016, raccoglie come partecipanti societari cinque distribuzioni italiane indie: Cattleya, Wildside, Lucisano Media Group, Palomar e Indiana Production. Più ovviamente Sky Italia. Sarà questo il nuovo polo cinematografico italiano a riservare prossime grandi sorprese sul grande schermo?