Un’affascinante trentenne, piena di glamour tutto newyorchese, una diciottenne in cerca di affermazione, alle prese con un deludente college: l’incontro tra le due non può che diventare occasione di riflessione sul mondo femminile di oggi. Ma Noah Baumbach lo fa con così tanta ironia che il tema affiora solo alla fine, quando tiri le somme di quello che è Mistress America.

Intanto lo spettatore viene travolto in 84 minuti scoppiettanti, straparlati, in cui i personaggi prendono vita e si trasformano, rivelando di essere l’opposto di quanto poteva sembrare all’inizio. Ritrovare Greta Gerwig, qui nel ruolo di Brooke, dopo Frances Ha – anch’esso scritto, come Mistress America, dalla coppia Baumbach Gerwig – è divertente, perché l’attrice ha giocato su toni molto diversi, dimostrando la sua versatilità e la gran voglia di giocare con personaggi nuovi.

Dinamica, coinvolgente e a tratti folle, Brooke trascina Tracy, con il volto di Lola Kirke, nel suo mondo e le fa vivere quella New York che tutte le giovani generazioni hanno sognato almeno una volta nella loro vita. Ma avere trent’anni e non aver concluso niente ha un lato amaro e disperato, così come averne diciotto e non riuscire a trovare il proprio angolino nel mondo. Il regista e la Gerwig ce lo sanno raccontare in modo adorabile, facendoci innamorare di ogni singolo personaggio. Viene da pensare alle screwball comedy, ispirazione dichiarata del duo, soprattutto nelle scene in cui si muovono molto personaggi, come nella casa in cui Brooke trascina Tracy e il suo occhialuto amico (Matthew Shear), seguito da una fidanzata ossessiva (Jasmine Cephas-Jones). Culmine massimo del film, dotato di un ritmo sostenuto, calibrato alla perfezione, come se ci si trovasse a teatro, in cui ogni cosa si muove secondo regole ferree.

La regia appare meno compatta di quella che aveva caratterizzato Frances Ha, e si slabbra in alcuni momenti, rendendo Mistress America più simile ad altre pellicole dello stesso Baumbach, come Il calamaro e la balena e Lo stravagante mondo di Greenberg, ma ci regala momenti di grande intensità e di vero divertimento. Già dalle prime scene, complice la musica perfetta di Dean Wareham e Britta Phillips, lo spettatore si innamora del film e degli occhi di una Lola Kirke che finge benissimo di essere timida ed insicura, mentre, come ci rivelano i creatori del film «Lola non è per niente come Tracy. È veramente sicura di sé e sembra quasi che nessuno l’abbia mai davvero intimidita in vita sua». Ma anche Greta Gerwig lascia ancora una volta il segno, anche grazie ad   “una bellezza che non ti fa venire voglia di essere come lei, ma di trovare il tuo modo di essere bella”, come dice Tracy nel film.

La sensazione è che la vera storia inizi dopo i titoli di coda, perché trovare la propria strada e riconoscere i propri fallimenti è una lotta senza fine, lunga e difficile, e le due donne, nonostante, le molteplici differenze, dovranno affrontarla entrambe. Tutto il film sembra portare ad un finale aperto, in cui tutto ancora può essere scritto, ma intanto una base è stata creata: l’affetto tra le due protagoniste ha messo radici e ha dato senso ad un incontro che forse non durerà, ma lascerà il segno per sempre.