L’espressione francese “être chocolat”, che può essere tradotta con “rimanere con un palmo di naso”, è utilizzata comunemente in Francia, ma sono in pochissimi a sapere da dove deriva. Grazie a Mister Chocolat però la sua origine diverrà nota al grande pubblico. Il film infatti racconta l’ascesa e la caduta del clown Rafael Padilla, in arte Chocolat, così noto nei primi anni del Novecento da dare origine ad un modo di dire.

Dal 2009, anno di  Chocolat, clown nègre, una conferenza-spettacolo diretta da Marcel Bozonnet, basata su un testo di Gérard Noiriel, si sta lentamente assistendo ad una riscoperta di questa figura a lungo dimenticata e Mister Chocolat sarà la chiave di svolta per una sua totale redenzione. I produttori Nicolas ed Eric Altmayer, folgorati dalla scoperta di Chocolat grazie allo spettacolo, hanno dovuto aspettare di trovare un attore come Omar Sy per dare vita al progetto. Serviva un volto noto al grande pubblico per avere i giusti finanziamenti e fare così un’opera in costume curata nei minimi dettagli. Da parte sua Omar Sy ha preso al volo l’occasione di lavorare in un film che racconta il passato, cosa rara per un attore di colore, riscoprendo via via dettagli che lo hanno fatto appassionare sempre di più alla storia e alla figura del protagonista, tanto da voler ribadire che «Quando Quasi amici ha avuto un successo così clamoroso, ed io ho ricevuto un César, ho spesso sentito dire che sono stato il primo artista nero in Francia ad ottenere tale fama. Vorrei che le persone ricordassero da ora in poi che prima di me c’era stato Chocolat».

Stessa passione nel progetto l’ha mostrata fin da subito il regista Roschdy Zem più noto come attore, ma che ha deciso di misurarsi con un film grandioso, trovando così sempre di più la sua strada. A fare sentire suo il progetto è stata anche la difficoltà ad affermarsi nel mondo del cinema e la sensazione di inappropriatezza che l’ha accompagnato per venti anni e che solo ora sembra essere scomparsa. Per questo Mister Chocolat non è solo un film storico ma appare del tutto attuale, come ci racconta il regista rispondendo alla domanda se il tema del razzismo sia alla base del film «Sì, certo, spero che lo sia. Spero che il film susciterà delle riflessioni e farà parlare, è stato molto presentato nelle scuole perché racconta il razzismo verso chi non ci assomiglia, ed è interessante vedere com’era il razzismo durante l’impero coloniale francese e com’è oggi. Ho visto nelle varie proiezioni che, secondo la condizione di ciascuno, il film viene interpretato in modo diverso. Per esempio le persone di colore dicono che nulla è cambiato in un secolo, mentre io ritengo che le cose siano cambiate».

Come accanto a Chocolat c’era Footit, accanto a Omar Sy troviamo James Thierrée, circense moderno di altissimo livello, che interpreta un personaggio difficile, dedito al lavoro e pieno di complessità. Con lui il regista ha pensato di sfiorare un altro tema difficile, quello dell’omosessualità «In base ai documenti a cui ho avuto accesso ho saputo che Footit spesso si vestiva da donna e ho voluto sfruttare questo elemento che ho appreso perché volevo mostrare cosa poteva significare essere omosessuale agli inizi del secolo, e come poteva comportarsi lui in una società in cui l’omosessualità era impensabile. Ho voluto sfiorare questo aspetto per mostrare la società dell’epoca e per approfondire il personaggio di Footit».

Il film appare molto classico, con un impianto quasi retrò, e i riferimenti sono infiniti, il regista si dichiara un onnivoro del cinema e dice di aver avuto anche mille film in testa nel momento della sua costruzione, tra quelli dichiarati La vie en rose di Olivier Dahan e Barry Lyndon di Stanley Kubrick. Le sfide sono state infinite, dalla ricostruzione storica che ha portato a set molto complessi, alla scelta di inserire numeri di circo alquanto lunghi, che, solo grazie alla maestria di Thierrée, riescono ad aggiungere qualcosa al film.

Nonostante il punto di partenza sia storico il lavoro di sceneggiatura ha arricchito moltissimo la storia, anche a causa di un materiale molto scarno su questo artista dimenticato. La scelta di rappresentare Otello, la vicenda della prigionia, il rapporto tra i due clown, tutto è finzione, ma stretto nelle maglie del realismo. Ne escono fuori personaggi molto veri «volevo evitare pathos e vittimizzazione di Chocolat» continua Zem «ho cercato di far dimenticare che era nero, nel momento del suo successo, e ne ho raccontato anche i difetti». Sarebbe stato facile cadere nell’apologia di un artista nero che decade miseramente, invece se ne racconta la storia azzardando ipotesi sulle sue motivazioni più profonde e rendendo così omaggio al vero Chocolat, qualunque sia stato il suo modo di sentire, e lasciando in bocca il sapore dell’ingiustizia per non averne mantenuto viva la memoria così a lungo.