Siamo in Serbia, anni novanta. La guerra lancia le sue granate anche sui piccoli villaggi di montagna. Kosta è un omaccione che schiva pallottole in sella al suo asinello. La missione quotidiana di trasportare il latte riesce sempre, nonostante qualche buco nelle latte per gli spari. È corteggiato e promesso in sposo a un’audace ex-campionessa di ginnastica artistica, ma l’arrivo di una splendida donna italiana cambia tutto. Il suo piccolo mondo di sonate al piano durante folli notti di svago e melodie tamburellate sullo xilofono per il suo inseparabile falchetto ballerino lasciano spazio a sguardi furtivi e teneri momenti di complicità. Molto poetica la scena notturna dove con un pentolino raccoglie le gocce di pioggia che attraversano il tendone cadendo sui visi delle sue belle dormienti.

Si rivela come una piccola favola balcanica On the Milky Road, ma stragi e ultimi fuochi infami di una guerra appena dichiarata finita spingeranno i due protagonisti Emir Kusturica e Monica Bellucci a una drammatica fuga che dilata la storia in epopea d’amore e morte. Musica e animali popolano ancora il mondo del regista. Il suo cinema è sanguigno, rifugge dal maintream e ha un gusto estetico ruspante e artigianale dove l’imperfezione è un plusvalore. Connubio che raramente riesce nel cinema degli altri. Questa volta si piega a un po’ di digitale, ma giusto per ricostruire le spire delle vipere che a volte sguazzano nel latte, altre avviluppano come pitoni. Anche la Bellucci, musa di bellezza matura, non solo recita in serbo, anche se i cinema italiani ce la faranno ascoltare doppiata da sé stessa, ma si espone a scene oltre il limite. Sporca, spogliata d’ogni glamour, nascosta tra le pecore o lanciata dal salto di una cascata, l’attrice si è messa pericolosamente in gioco come mai in precedenza. Forse giusto a eccezione di quella lunga violenza sessuale di Irreversible.

La sceneggiatura nasce dal mix di tre storie vere udite dall’autore di Underground. Anche se lui, a proposito del suo prezioso palmares, durante la recente presentazione romana ha tagliato gli affettuosi salamelecchi rivoltigli dalla Bellucci con un laconico: “Quello è soltanto il passato”. La storia dell’uomo che portava il latte Kusturica l’aveva sentita a Mosca: riforniva i commilitoni sul fronte e abbeverava un serpente che alla fine durante un agguato nemico gli salvò la vita. La seconda riguardava una donna bellissima che aveva vissuto per anni in Italia e al suo ritorno durante il conflitto era stata costretta a sposare un ufficiale, mentre la terza riguardava un fuggitivo che si era salvato da un campo minato mandando avanti un gregge di pecore. Mescolandosi nell’inchiostro e poi nella pellicola naif dell’autore hanno dato vita a un lavoro pieno di azione e sentimento, il tutto venato di avventura e comicità, pur percorrendo il peggiore dei momenti umani: la guerra. La coreografia con il registratore scassato che suona Flashdance è una piccola chicca, ma il romanticismo ruvido e poetico trova anche altri spiragli di pregevolissimo cinema.

In Italia non viene distribuito da uno dei noti giganti di casa nostra, ma dalla giovane Europictures. Le copie iniziali saranno soltanto venti, pochissime quando hai nomi come Bellucci e Kusturica sotto al braccio. Una scelta di qualità quella di rifiutare le richieste dei multisala, secondo la brava AD Lucy De Crescenzo, anche lei presente alla conferenza stampa. Sarà proprio così? E se invece dati del genere ci dessero vagamente la misura di quanto certo cinema di qualità nelle mani operose di piccole distribuzioni venga osteggiato da un sistema murario di pochi distributori monumentali serviti da agenzie territoriali e catene d’esercenti compiacenti? Chissà. Un paio di cose sul film sono certe: l’uva c’è, la spelucca Kosta di tanto in tanto, però manca la volpe.