È un clamoroso ritorno in seno a mamma Rai quello di Michele Santoro, il giornalista che dopo aver sbattuto la porta con un certo clamore questa sera riprende da dove aveva lasciato con il suo nuovo programma, dal titolo programmatico di Italia.

Quattro puntate su Rai 2 con una formula del tutto nuova, quella del docufilm al quale segue il dibattito in studio: già noto il tema della prima puntata, ovvero Tutti ricchi (per una notte), un’inchiesta tra Dubai e Ibiza, con ospiti Flavio Briatore, recentemente protagonista di una polemica pugliese, Beppe Sala e Luigi De Magistris.

Cari amici, provare a cambiare le cose non è facile, né per me, né per voi, né per nessuno. Stiamo tornando in Rai, sia pure per poche serate; ed è evidente che questa azienda è di fronte ad un bivio storico: o rinnova il concetto e l’offerta di servizio pubblico o apparirà come un inutile ferro vecchio”, così si apre la lettera aperta che Michele Santoro ha pubblicato su Facebook sulla pagina di Servizio Pubblico, come presentazione della sua nuova creatura televisiva.

Uno show che però, per montaggio, immagini e regia, sembra voler puntare quasi a un’atmosfera cinematografica, almeno per quanto riguarda la parte di inchiesta sul campo. Un po’ sulla scia di Robinù, il film presentato al Festival del Cinema di Venezia, e che presto arriverà in sala.

D’altro canto, lo afferma lo stesso conduttore, la sfida è quella di scoprire “se esista un’altra grammatica e un’altra sintassi televisiva rispetto a quella che domina nei format attuali”.

Santoro scherza sulla presenza di nuovi editti bulgari, ma denuncia invece le nuove dittature, che sarebbero quelle “delle multinazionali americaneche ci hanno inglobato in un universo di consumo dal quale è diventato quasi impossibile sottrarsi.” E infine conclude con quella che sente come la propria missione di autore televisivo, ovvero “ dar vita a segni in conflitto con la dipendenza da YouTube o da Facebook, quella di convincere la Rai della necessità di non inseguire i modelli di MTV e di Discovery Channel o delle televisioni a pagamento, di quella che io chiamo la televisione a pezzi.”