Chiusa una porta si apre un portone: è quello che probabilmente si augura Michele Santoro, che nelle ultime ore ha annunciato che la puntata del 18 giugno sarà quella finale per il suo celebre programma Servizio Pubblico.

Contestualmente il giornalista che aveva ingaggiato una lunghissima tenzone mediatica con Silvio Berlusconi ha dichiarato anche il suo addio a La7, avvenuto per regolare scadenza di contratto.

Il tutto è avvenuto alla conferenza stampa per il lancio di Announo, una sorta di passaggio del testimone, dato che il format è condotto dalla collaboratrice storica Giulia Innocenzi che, nonostante i “tentativi di disturbo” dei due professionisti Pamela Prati e Antonio di Pietro proporrà inchieste (le prime annunciate su allevamenti intensivi, incidenza di internet e famiglie omogenitoriali).

Ma a tenere banco è stata l’incontenibile loquela di Santoro che, lungi dall’assumersi le responsabilità del calo di ascolti di Servizio Pubblico, si è gettato all’attacco di Urbano Cairo, editore di La7. Parole un po’ ingenerose quelle del conduttore, che ha confidato di voler intraprendere un nuovo cammino, per il quale “non si possono percorrere con questo tipo di contenitore, bisogna avere il coraggio di dire ‘mi dissocio’ e poi se La7 vorrà interessarsi a quello che faccio io, va bene.

A disturbare Santoro l’eccessiva prudenza imprenditoriale di La7 e Cairo: “L’ottica di Cairo è un’ottica di chi non ci prova, estremamente razionale, molto attento ai conti. Bisognerebbe metterlo al governo del Paese, sarebbe l’unico che farebbe la spending review accettabile. È l’uomo che bandisce la sfida dal suo orizzonte. Ma a un certo punto dovrebbe lanciare un guanto di sfida, che significa spendere dei soldi”.

Santoro si dedicherà dunque alla ricerca di nuove soluzioni, confidando di poter tornare in televisione (o in piazza, o sul web, come accaduto proprio per Servizio Pubblico) con un format meno usurato. Obiettivi e posizioni però, che vengono fatti propri da un giornalista che difende ancora a spada tratta un genere televisivo che, dati alla mano, sta rivelando di avere il fiato sempre più corto: “Se togliessimo i talk dalla programmazione di La7 sarebbe una rete finita. Difficile dire che siano morti. Fino a che ci sarà la televisione ci sarà il talk. Non c’è la crisi del talk, c’è la crisi del sistema televisivo italiano in cui da tempo l’innovazione è scomparsa”.