Uno dei film più attesi per il nuovo anno è certamente Macbeth dell’australiano Justin Kurzel, in arrivo in Italia il 5 gennaio dopo la presentazione in anteprima al Festival di Cannes 2015. Candidato alla Palma d’Oro, è tornato a casa a bocca asciutta ma riportando comunque un discreto successo.

L’impatto è suggestivo, degno della grandiosità dell’opera di Shakespeare, della quale riporta il testo in maniera integrale e rispetta il linguaggio arcaico. Ne deriva una trasposizione fedele, forse troppo, tanto da diventare poco fluida dal punto di vista cinematografico. Un’operazione di questo tipo richiama subito alla mente i registi che avevano tentato prima di Kurzel la stessa strada, raggiungendo però risultati più originali, dal Macbeth di Orson Welles del 1948 a quello di Roman Polanski del 1971, senza dimenticare il contributo di Akira Kurosawa con il suo Trono di sangue del 1957.

Lady Macbeth ha qui il volto di Marion Cotillard, mentre il suo sanguinario consorte è interpretato da uno degli attori più in voga del momento, Michael Fassbender. Entrambi appaiono perfetti nell’interpretazione e credibili nella metamorfosi dei personaggi, e se sul volto della Cotillard vediamo passare prima il freddo calcolo e poi l’angoscia del pentimento, su quello di Fassbender non appare meno straziante il tramutarsi dell’eroe giusto in folle tiranno, attanagliato dalla brama di potere.

Visivamente la pellicola è impeccabile, con il colore che avvolge ogni cosa. Dal freddo azzurro-grigio della battaglia, in una scena iniziale di grande bellezza, si passa ai toni del rosso del Macbeth sanguinario. Ma lo spettatore non riesce ad essere completamente coinvolto dalla tragedia. Pur apprezzandone il rigore si rimane esclusi, a causa di una trasposizione colta ma poco emozionante. Neanche la colonna sonora viene in aiuto: se siamo abituati a vedere scene epiche accompagnate da musiche grandiose qui invece tutto si riduce ad un martellare continuo ed angoscioso.

Il tutto appare terreno, materico e reale, e pure il lato soprannaturale – rappresentato dalle Streghe e dai fantasmi delle vittime – è reso da personaggi concreti che nulla hanno a che vedere con spiriti irreali. Sentiamo l’odore del sangue, il sapore della terra e il calore di un fuoco malvagio che mette al rogo i nemici del re, ma, purtroppo, non versiamo una lacrima. Dal regista di un film come Snowtown (2011) ci si poteva aspettare un approccio più personale, avendo dimostrato di saper utilizzare la rappresentazione della violenza per scavare un buco dentro e costringere lo spettatore alla riflessione.