Negli anni ‘70 il piccolo Luc divorava i fumetti di Valerian et Laureline, poi è diventato uomo, un regista, ed è riuscito a realizzare il sogno di girare il film sui suoi eroi di sempre. “Leggo ancora fumetti. Sento spesso dire ‘ Luc è infantile’. Ma io mi sento perfettamente adulto. Gestire duemila persone per un film o cinque bambini che mi aspettano a casa lo dimostra, ma non ho assolutamente dimenticato il piccolo Luc che sono stato e con il quale ho ottimi rapporti. Un filosofo, forse italiano, diceva che il bambino è padre dell’uomo, quindi il piccolo Luc potrebbe essere anche mio padre”. Luc Besson è apparso molto spontaneo all’incalzare dei giornalisti che lo attorniavano durante la presentazione ufficiale di Valerian e la città dei mille pianeti. È stato a Roma pochi giorni fa per promuovere il film in uscita il 21 settembre. Si tratta di due agenti governativi spaziali nel 28° secolo e delle loro avventure per salvare la popolazione di un pianeta distrutto. Quest’ultima fatica del regista del Quinto Elemento e Lucy è arrivata dopo una gestazione lunga 4 anni. “Quando si inizia a girare un film di fantascienza bisogna lavarsi da quanto visto in precedenza. Per questo film ho scelto sei artisti che ho fatto lavorare per più di un anno, senza dare loro nessuna indicazione, neanche una sceneggiatura”. Ha approfondito. “La prima cosa da chiedersi era: com’è il 28° secolo? Come si mangia? Come si vive? Come sono gli alieni? Dovevamo farne più di 8000, quindi erano domande inevitabili. Gli artisti hanno vinto un concorso con 2000 disegnatori partecipanti”. Ha spiegato sulla preparazione, specificando che non c’era nessun contatto tra di loro, ma solo con lui. I primi risultati furono scarsi, ma nella tornata del secondo anno sono venuti fuori i disegni desiderati.

“Il vero argomento del film è quello di questi popoli che nella storia dell’umanità sono stati massacrati in nome della religione, dell’economia o del progresso. Penso ai nativi Americani del Nord e del Sud, o agli Ebrei”. Ha accennato sul tema fanta-ecologico che percorre il film. E poi si è sbottonato anche su come il cinema aderisce alla sua vita familiare, passando agilmente da argomenti molto seri a un alleggerimento ironico ma rispettoso e positivo. “Quando parlo ai miei figli dello sterminio degli Ebrei durante la guerra non mi prestano molta attenzione perché  è come se si sentissero a scuola. Invece su Valerian una volta mio figlio mi ha detto: ‘È orribile che abbiano sterminato 6 milioni dal popolo Pearl!’ Così sono intervenuto spiegandogli che è successo anche con l’Olocausto. E ha funzionato: si è interessato. Diciamo che per mi tocca fare dei film da 180 milioni per educare i miei figli”.

A proposito della famiglia, Besson non si è trattenuto a parlare del padre scomparso. “C’è una dedica a mio padre, ma anche al piccolo Luc, che è anche un po’ mio padre, come dicevamo prima. È vero che è stato mio padre a regalarmi il fumetto quando avevo 10 anni. Purtroppo è scomparso durante la lavorazione e non lo ha potuto vedere. Per me è stato molto frustrante però sono convinto che lassù ci siano sale in 3D e senza occhiali. Magari organizzeranno una proiezione per mio padre, insieme a David Bowie a e altri magari. Visto che sono a Roma, vicino al Vaticano, andrò a chiedere se ci potranno mettere una buona parola”. Come padre artistico, anzi, “fratello maggiore”, ha avuto invece un nome d’eccezione. “Non sono il solo a dovere molto a James Cameron, ma siamo tutti noi perché è stato un precursore. La tecnologia che uso in Valerian l’ha inventata lui per Avatar. Ha seguito la produzione, mi ha dato dei consigli. È uno di quei fratelli maggiori generosi e mi ha riservato questo bel trattamento. Ma lo è stato anche con altri”.

Stuzzicato sul tema ecologia ha rivelato anche un equilibrio molto chiaro nel film, rivelando però il punto di forza di ciò che voleva comunicare. “Ho cercato di sensibilizzare senza mai insistere, e non è sempre facile. Secondo me il messaggio più importante è che il popolo dei Pearl è del tutto sprovvisto dell’istinto di vendetta, una cosa del tutto nuova che non accade spesso. Quando viene distrutto qualcosa la prima risposta è quello di vendicarsi. Pensiamo ai Marvel che partono per distruggere. Ed è lì che interviene tutta la potenza degli Stati Uniti per impedire questa distruzione. Per me invece la cosa importante era questo popolo che ha perso tutto ma ha capito che si è trattato di un incidente, e l’unica cosa che vuole è recuperare la propria terra. Penso che sia un messaggio importante per giovani e bambini: la vendetta non è necessariamente la risposta automatica”.

Come protagonisti abbiamo Dane DeHaan, giovane star dai personaggi maledetti qui invece più guascone intergalattico, e Cara Delevingne, top model in carriera hollywoodiana. “Sono due attori giovani ma anche ottimi. Volevo rinnovare le schiere di star, sempre le stesse, che vengono riproposte da 30 anni”. Il personaggio più di rilievo però è un alieno mutante, un performer spaziale che assume le fattezze e l’interpretazione di una delle popstar più famose. “Il personaggio di Bubble esiste dal ’75. Per me è importante perché non si limita a mascherarsi, si trasforma. Mi piaceva che lei soffrisse di questa cosa per mancanza d’identità. Quando ho pensato a Rihanna non avevo una seconda scelta e sognavo che lei lo facesse. Invece ha accettato subito e volentieri. Non so se l’avete notato, ma nella sua ultima scena si trasforma in Cleopatra recitando un frase di Shakespeare. L’ho trovato fantastico per un’icona pop come lei”. Mentre tornando alle sue origini artistiche, il regista parigino ha riflettuto anche sul suo percorso. “Ho cominciato a fare film negli anni ‘70 con la voglia di scuotere il mondo. Poi crescendo e facendomi più vecchio mi sono reso conto che la società intorno a me si era molto degradata, quindi mi è passata la voglia di prenderla di mira, scegliendo cose più belle e divertenti”.