Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate, ultimo capitolo della trilogia firmata dal regista premio Oscar Peter Jackson, arriva nei cinema italiani mercoledì 17 dicembre. L’ultimo viaggio nella Terra di Mezzo riprende esattamente dove si era interrotto La desolazione di Smaug, seconda pellicola del prequel de Il Signore degli anelli: planando con le sue enormi ali su Pontelagolungo, fatiscente cittadina ai piedi della Montagna Solitaria, il drago di Erebor (doppiato da Benedict Cumberbatch, l’attore britannico che presterà la voce anche a Sauron) assalta la città con una furia devastante. Ad affrontarlo Bard (Luke Evans), l’ultimo arciere rimasto in città, determinato a salvare i suoi tre figli delle fiamme della creatura.

Intanto, avventuratosi da solo nelle catacombe della fortezza in rovina di Dol Guldur, Gandalf il Grigio (Ian McKellen) è vicino alla morte per mano dello spettro dell’Oscuro Signore; in suo soccorso accorrono la luminosa Signora di Lothlorien, Galadriel, ancora una volta interpretata da Cate Blanchett, Elrond, il saggio Re degli Elfi cui presta il volto il celebre Hugo Weaving, e il potente mago Saruman il Bianco il cui ruolo è affidato all’icona del cinema Christopher Lee.

E Bilbo? Il personaggio interpretato da Martin Freeman si trova nel cuore di Erebor assieme a Thorin Scudodiquercia (Richard Armitage) e alla Compagnia dei Nani. Reso folle dalla malattia del drago come già suo nonno, Thorin sacrifica onore e amicizia nella ricerca della leggendaria Arkengemma, la più grande gemma mai scoperta nella Montagna Solitaria.« Era come un globo dalle mille facce; splendeva come argento alla luce del fuoco, come acqua al sole, come neve sotto le stelle e come la pioggia sopra la luna », scriveva Tolkien. Thorin è accecato dall’oro di Erebor: consumato dalla cupidigia e dalla paura di perdere ciò che ha conquistato, il re non si rende conto del fatto che ciò per cui ha combattuto rischia di fare fallire la sua missione. “Oro, oro oltre ogni misura, oltre ogni afflizione e dispiacere: un tesoro che vale tutto il sangue che possiamo spendere”, queste le sue farneticanti parole.

Ma Thorin non è il solo a bramare il tesoro della Montagna Solitaria. A Erebor confluiscono 5 eserciti: le legioni di orchi del Signore Oscuro, guidati dal pallido orco Azog il Profanatore (Manu Bennett) e da suo figlio Bolg (John Tui); gli Elfi di Thranduil (Lee Pace), in sella al suo grane alce; i Nani di Dain Piediferro delle Colline Ferrose (Billy Connolly) e gli uomini di Pontelagolungo. Al loro fianco Orlando Bloom nei panni di Legolas ed Evangeline Lilly che interpreta l’elfo silvano Tauriel, combattiva e determinata.

Tutto è pronto per lo scontro finale, per la fine del viaggio nella Terra di Mezzo che segna anche il termine di un’avventura lunga 16 anni vissuta da Peter Jackson, dagli attori della saga e dai tanti appassionati de Il Signore degli Anelli.

Girato in 3D a 48 fotogrammi al secondo e distribuito in High Frame Rate 3D, Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate è stato ultimato in 10 settimane, a partire da un blocco iniziale della produzione durato ben 266 giorni in cui sono stati realizzati contemporaneamente i molti episodi della trilogia: un progetto ambizioso che ha visto coinvolta anche la prestigiosa Weta Digital cui sono stati affidati gli effetti speciali e la creazione di sciami di oltre 30mila orchi schierati sul campo di battaglia.

Senza dubbio quest’ultimo capitolo della trilogia affascina visivamente per le grandi scene di guerra e per l’accuratezza degli scontri e dei duelli, su tutti quello fra Thorin e Azog e quello con gli spettri dei Portatori degli Anelli, la cui estetica richiama moltissimo quella dei videogiochi. A questa magnificenza sul piano visivo (in cui si innestano anche alcuni ralenti che strappano un sorriso tutt’altro che cercato…) corrisponde però una trama dagli equilibri compositivi poco convincenti: stavolta gli sceneggiatori Walsh, Boyens e del Toro non peccano nel ritmo della scrittura -come successo nel precedente capitolo della trilogia- ma lasciano in secondo piano il ruolo di Bilbo, concedono poco spazio all’evoluzione del personaggio di Thorin e ci lasciano con una storia d’amore -quella fra Tauriel e il nano Kili che già tanti dubbi aveva sollevato nei film precedenti- il cui esito farà inarcare più di un sopracciglio.

Una piccola delusione.