Ci sono i grattacieli, c’è il supereroe, la sua nemesi, e la bella da salvare. Ma non siamo nel solito film americano fatto di buoni e cattivi, effetti speciali e muscoli. Siamo in Italia, anzi, a Roma, e Lo chiamavano Jeeg Robot è un film del tutto italiano, che non strizza l’occhio ai film d’oltreoceano, ma gioca su una scacchiera che conosce bene. Solo che la contamina, divertendosi e divertendo.

Gabriele Mainetti, il regista, al suo primo lungometraggio, ha vinto la scommessa, mettendo in piedi un film personale ed originale e producendoselo da solo, visto che nessuno poteva credere in un progetto apparentemente così folle. Nella sceneggiatura, scritta da Nicola Guaglianone e Menotti, al secolo Roberto Marchionni, c’era già molto, ma Mainetti l’ha reso vero dimostrando che quel talento già messo in campo nei cortometraggi, Basette e Tiger Boy, era del tutto genuino.

La ciliegina sulla torta di Lo chiamavano Jeeg Robot sono gli attori, che danno corpo a personaggi già di per sé molto forti. Claudio Santamaria, nelle vesti del disilluso Enzo Ceccotti, Luca Marinelli, lo Zingaro, delinquente senza freni, e Ilenia Pastorelli, la stralunata Alessia. Se i primi due sono talenti su cui non potevano esserci molti dubbi, la sorpresa è proprio la Pastorelli, perfetta in un ruolo che le appare cucito addosso.

Mainetti, durante la conferenza, ha ammesso di avere avuto qualche remora nello scritturarla, decidere di puntare su una fuoriuscita dalla casa del Grande Fratello non è proprio un’operazione felice per gli amanti del cinema. Eppure la protagonista non poteva che essere lei, considerato anche che lo stesso Guaglianone ha ammesso di aver inserito nella sceneggiatura delle battute fatte da lei stessa durante la partecipazione al GF12.

La Pastorelli ha dimostrato molta umiltà e un senso dell’ironia travolgente, raccontando il provino e il suo “metodo mutuo” per riuscire a tirare fuori le lacrime al momento giusto. Se lei ha lavorato sulla spontaneità, i suoi co-protagonisti invece hanno costruito i personaggi a tavolino. Santamaria, oltre ad essere ingrassato di venti chili per l’occasione (il suo allenatore gli aveva suggerito di mangiare “tutto quello che non si muove” per riuscirci, e così ha fatto), ha raccontato di aver studiato gli orsi, con la loro lentezza e la loro potenza, e ha raccontato a noi di Leonardo.it: «C’è stato davvero un gran lavoro fisico ed emotivo, per trovare il modo di parlare, di ragionare, di questo personaggio, non solo come impostazione di voce, di dialetto, ma proprio come si esprime, e anche come considera il mondo e come considera se stesso».

Mentre Marinelli se l’è visto nascere addosso: «Nella sceneggiatura c’era già tanto…. il modo di muoversi è venuto, non so in base a cosa, ma quando mi sono vestito finalmente da Zingaro c’era qualcosa, la camicia, la collana, questo ha dato un po’ un modo di essere». L’ispirazione dichiarata è l’Anna Oxa degli anni ottanta, come ci racconta Marinelli: «Lo abbiamo fatto diventare una specie di letterato della musica anni ottanta. Il pop rock anni ottanta. La cosa che mi incuriosiva è che sono venute fuori tutte donne, l’energia, la spinta, appunto, la Bertè, Nada, è bello che lui abbia questi modelli». E l’attore ci gioca, facendoci divertire, regalandoci un personaggio perfetto e rivelando ancora una volta di essere un attore magnifico.

Il lavoro fatto in Lo chiamavano Jeeg Robot si vede tutto e si traduce in personaggi molto reali, come racconta Mainetti: «Mi sentivo in uno zoo di vetro e quindi dovevo stare attento, è una realtà che non ci appartiene e dovevo portare gli spettatori per mano e allora l’ho fatto con i personaggi. Di solito i personaggi sono buoni o cattivi, qui invece sono più veri».

Difficile etichettare un film come Lo chiamavano Jeeg Robot , come ci dice il regista: «C’è la commedia all’italiana, c’è uno sguardo pasoliniano. C’è l’elemento fantascientifico, che è quello del super potere. C’è anche un po’ di horror, io sono amante degli horror, e quindi è una sorta di pastiche che io ho cercato di rendere in qualche modo armonico e l’unico modo per poterlo fare era essenzializzare il percorso del protagonista. è una storia molto semplice, è un percorso identitario. Lui deve capire chi è e se si ostina ad essere così le cose non vanno avanti, e questo momento avviene nella relazione con l’elemento femminile. Lui si accorge nel rapporto di chi è».

L’ispirazione viene dal mondo dei cartoni animati giapponesi, quelli che hanno cresciuto intere generazioni, continua Mainetti: «Gō Nagai è un mangaka incredibile, un genio assoluto. Lui scriveva fumetti, poi da questi fumetti ha fondato una società di produzione con la quale è riuscito a realizzare in animazione queste sue storie fumettose. Ed erano bellissime. Io ero educato da queste cose che mi hanno lasciato un segno profondissimo. Tant’è che dopo la formazione universitaria un po’ più classica, in cui ti avvicini al cinema più impegnato, che devi conoscere, perché comunque il linguaggio va conosciuto il più possibile, quando mi sono dovuto confrontare con qualche cosa che io capissi meglio sono andato in quella direzione».

Il mondo dei manga non è estraneo neanche a Santamaria, che racconta di essere cresciuto anche lui a latte e cartoni: «Guardavo la posta di Sonia (in onda sulla televisione locale Super 3). Una volta mi ha pure intervistato, quando facevo Indiana Jones al Fantastico Mondo del Fantastico, più di venti anni fa. Eravamo io, la Cortellesi e Massimo De Santis, andavamo ogni sabato e domenica. All’inizio facevo il robottino di Guerre Stellari, mi mettevo fermo e quando arrivava un bambino gli dicevo: “Hey, ciao bambino!”. Poi mi hanno promosso a Indiana Jones, facevo questo monologo intorno al fuoco, raccontavo una storia presa da un altro racconto, con la frusta, la pistola e il cappello, e un giorno venne Sonia che faceva un servizio su questo parco di divertimenti. C’era Dracula, c’era il risveglio di Dracula, era bello… e io le dicevo “ma io ti guardavo da piccolo”!».

Pur essendoci mondi già esplorati dagli attori, il tocco è del tutto diverso, la vita al margine di Non essere cattivo, interpretato da Marinelli, ha qui una speranza, come sottolinea: «I film sono completamente diversi. è stata una bellissima esperienza, quello che mi piaceva vedere in Gabriele era questo rispetto per Tor Bella Monaca, che non era preso come il covo dei pirati ma come un posto qualunque, con gente che ha voglia di uscire e rigar dritto».

L’universo messo in campo in Lo chiamavano Jeeg Robot,  inoltre, si dilata fino a diventare un fumetto – scritto e curato da Roberto Recchioni, con i disegni di Giorgio Pontrelli e Stefano Simeone e quattro diverse copertine realizzate da Leo Ortolani, Roberto Recchioni, Giacomo Bevilacqua e Zerocalcare – , una sorta di sequel, in edicola con la Gazzetta dello Sport il 20 febbraio, cinque giorni prima dell’uscita del film nelle sale italiane, il film uscirà nelle sale il 25 febbraio prossimo.