I Linkin Park sono tornati più carichi che mai ieri sera all’Ippodromo del Galoppo di Milano in un live senza eguali. Un rock duro, aggressivo, che esce con tutta la sua forza direttamente dalle vene e dall’ugola di Chester Bennington, 38enne frontman del gruppo, insieme alla tastiera di Mike Shinoda e alla chitarra di Brad Delson, al basso di Phoenix, alla batteria di Rob Bourdon e al giradischi di Joe Hahn.

Tutti insieme sul palco con i nuovi brani di “The Hunting party”, il loro sesto album che uscirà il 17 giugno senza però togliere spazio ai pezzi storici, quelli eterni, quelli che li hanno resi famosi in tutto il mondo come “Numb” e “In the end”.

In apertura, i Fall Out Boy, poi mezz’ora di ritardo, direi quasi accademica, dell’inizio del concerto vero e proprio, cioè alla prima nota di “The Catalyst”. Il prato, di 34.000 mq, è stracolmo di persone, talmente pieno che non si riesce a vedere dove termina la folla. Eravamo più di 30.000 a goderci uno show crudo, potente, emozionante. I pubblico nell’unica data italiana prevista nel tour della band è trasversale, così come la loro musica che va dal rock al metal al rap (foto by InfoPhoto).

La voce infinita e graffiante di Chester arriva a tutti limpida e forte come una sberla. I fan non hanno smesso di cantare neanche un secondo e, tra un brano e l’altro, era un susseguirsi di cori e grida per non interrompere quella scarica di adrenalina continua che arrivava dal palco. A fine concerto avevo ancora i brividi, come fossi appena scesa dalle montagne russe.

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