Il libro di racconti Il muro di Jean-Paul Sartre raccoglieva cinque storie. Una galleria di debolezze, velleità, perversioni per cinque personaggi senza speranza dai mali che ne affliggevano le anime. La provenienza era sempre sociale, non giustificativa ma esplicativa, e l’ultimo di essi era il piccolo Lucien, figlio di un ricco industriale, che nell’omonimo film L’infanzia di un capo diventa Prescott, ragazzino ribelle – l’esordiente Tom Sweet – figlio di un diplomatico americano al servizio del presidente Wilson. Siamo alla fine della Prima Guerra Mondiale, in una Francia rurale miracolosamente isolata dal conflitto. Casta che lavorerà per il trattato di pace, i signorotti, temuti e rispettati dalle servitù, sono la garanzia di lavoro in questa micro-società impostata come una specie di medioevo.

Il film sembrerebbe, superficialmente, un Piccolo Lord maledetto. Ha un ouverture musicale inquietante per immergerci in quel mondo in guerra, tre capitoli sui capricci del bambino, e un epilogo sul suo futuro. Esordio dietro la macchina da presa di Brady Corbet, già attore in Funny Games, sceglie un’atmosfera cupa come un horror gotico. La direzione è interessante nel creare gli scontri generazionali tra il bambino e i genitori. A porte chiuse, le relazioni familiari fungono da specchio deformato dell’orrore militare, lontano ma presente nei più profondi echi della coscienza. Bérénice Bejo si trasforma in madre borghese e inflessibile. Per lei, segno di carisma nel suo lavoro, una metamorfosi completa per ogni ruolo. La sua padrona di casa è una poliglotta fissata con le lezioni di francese per il figlio, ma distaccata, fredda anche con il marito interpretato da Liam Cunningham. Tra loro un raro ospite di cui si stenta a capire il ruolo nella tela narrativa è Robert Pattinson, attore in costante crescita, definitivamente evaso dall’immaginario che lo legava a ruoli dai denti aguzzi.

Film ambizioso, sfoggia un titolo altisonante, e ancor più il nome dell’autore originale. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2015 si aggiudicò il Premio Orizzonti alla miglior regia e il Premio Luigi De Laurentiis alla migliore opera prima. Nonostante il palmares rappresenta un esercizio di stile che punta altissimo perché si cimenta nel sostituire le parole/pensiero del protagonista sartriano con gli sguardi muti e le risposte a mezza bocca di Prescott. Il risultato è un film che non scuote abbastanza da impattare davvero, ma infastidisce. Nel finale cerca pure di colpire duro, ma in maniera non del tutto chiara, quindi è come se sfiorasse il bersaglio puntato da tempo con tanto sudore.

Le musiche di Scott Walker sono potentissime. Valorizzano molto tutto il film. Ed è interessante l’affresco sociale come culla borghese di quella che diventerà dittatura. Sia a livello ampio che psicologico, nei pesi e contrappesi che i membri della famiglia forgiano singolarmente e fondono scaricandoli tra loro in un crescendo di sgradevolezza morale sempre più forte nella sua apatia basica. Che nel sentire di una persona che paga il biglietto per una poltrona al buio davanti al grande schermo, solitamente si traduce in fastidio. Una di quelle sensazioni che solitamente non aiutano molto il passaparola.