È sicuramente il ruolo più inusuale per Richard Gere, quello dell’ometto un po’ anonimo che tenta la scalata sociale scambiando favori e contatti. Intorno a lui un velo di mistero. Non sappiamo da dove viene, dove abita, né conosciamo la sua famiglia. Ha un amico e confidente avvocato che lo consiglia, ma la voglia di fare qualcosa di buono lo porta oltre le sue possibilità. Conosce così un politico israeliano regalandogli un paio di scarpe per farsi bello. L’amicizia utilitaristica che ne nasce si riaccende dopo tre anni, quando questi diventa premier d’Israele. Tutto cambierà per Norman, ma a quale prezzo?

L’incredibile vita di Norman inizialmente prende una piega da commedia alla Woody Allen: un personaggio prezzemolino tra il grottesco e il patetico ordisce una fitta rete di relazioni di favori e scambi tra pezzi grossi della comunità ebraica. Tutto con una partitura narrativa sincopata come un jazz. Tanta parola, tanti intrecci tenuti insieme dal piccolo mazziere Norman, che sembrerebbe uno squalo, ma è solo un uomo solitario in cerca di una minima affermazione. Le tante bolle gonfiate con tutte quelle telefonate sono destinate a scoppiare, così la svolta drammatica è dietro l’angolo. La metafora di un’anomia combattuta con il sorriso teso viene narrata come favola sull’asfalto e sui preziosi marmi degli interni ripresi.

L’acclamazione per Gere è diventata una felicissima costante nei suoi ultimi film. L’attore sta dimostrando in vecchiaia il suo più profondo valore d’interprete, e pure qui non è da meno. Il coraggio nel perseguire la strada della frantumazione del proprio corpo divistico è ammirevole. Poteva tranquillamente accomodarsi tra una sequela di commediole romantiche da terza età Gere, invece si tuffa in personaggi scomodissimi e spesso di complicata empatia con il pubblico. Ma davvero nuovi e originalissimi. Forse non lo avvicina troppo a possibili premi il fatto che questo Norman non ha picchi emotivi forti, momenti di alto pathos o monologhi imponenti per farlo diventare un personaggio indimenticabile. Anche se il suo camminoè costellato d’interessanti battue sibilline. Ma è una precisa scelta della scrittura. Il film è indie, e come tale vuole raccontare in libertà una storia e un tipo di situazione grottesca e ai limiti del fastidioso. Il regista Joseph Ceder lo fa in maniera del tutto autoriale, con i suoi tanti pregi e un peccato originale. Da una parte gli intrighi orditi da Norman risultano meccanismi raffinatissimi, ma dall’altra le motivazioni narrative che portano il protagonista a un suicidio altrettanto ed esclusivamente narrativo non reggono nell’incontro con il personaggio di Charlotte Gainsburg. In questo probabilmente risiede il ben nascosto tallone d’Achille del film.

Riguardo alla resa visiva, invece, i controcampi telefonici fusi in uniche inquadrature ottenuti dalla giustapposizione di due location diverse sono un buon modo per abbellire il film, che gode comunque degli scorci di una New York lussuosa e di un Richard Gere in grandissima forma. Protagonista apparentemente placido, il suo Norman è circondato da attori impeccabili come Lior Ashkenazi, il politico, Steve Buscemi, il rabbino, Michael Sheen, l’amico, Josh Charles, il facoltoso, e la stessa Gainsburg nei panni di casuale compagna di viaggio in treno. Ognuno gioca un ruolo fondamentale per capire come il potere dà per poi togliere. Soprattutto in una visione verticale delle classi sociali senza possibilità di crescita per un pesce piccolo. Ingenuo o meno che sia. A proposito di ascese e cadute Richard Gere ha parlato lungamente nella recente conferenza stampa italiana. Il film esce al cinema il 28 settembre distribuito da Lucky Red. I fan sono avvisati: non è il solito Gere, ma per fortuna esistono ancora grandi divi che si mettono in gioco rischiando e proponendo sorprese diverse dalle attese.