Il futuro abbastanza prossimo descritto dal regista Daniel Espinosa ci porta all’interno di una stazione spaziale con lo scopo di cercare tracce di vita su Marte. È una capsula proveniente proprio dal pianeta rosso a mettere tra le mani dei sei astronauti dell’equipaggio una strana cellula marziana dalla spasmodica attitudine alla crescita, ma la creaturina affamata si rivelerà tutt’altro che un pacifico cucciolo alieno. Così l’incredulità della scoperta come l’orrore e la paura per essere diventati prede di una caccia inaspettata scorreranno sui volti di Jake Gyllenhaal, Ryan Reynolds e Rebecca Ferguson, i protagonisti di Life. Non oltrepassare il limite è l’aggiunta italiana dal sapore di monito, necessaria a mettere lo spettatore in guardia da emozioni forti ed evitando confusioni con titoli omonimi di tutt’altro genere.

Da uno sci-fi con un incipit estremamente mirato a brividi spaziali come Alien e antigravitazionali come Gravity ci si aspetterebbe qualcosa di nuovo, delle innovazioni non tanto tecniche, cosa su cui questi blockbuster sono sempre ben focalizzati, ma almeno a una drammatizzazione narrativa più consistente, intrigante, profonda. Da veri brividi insomma. Invece per quanto Espinosa sia efficace nel gestire il film dal punto di vista visivo, la storia è semplicistica, spesso scontata, e non osa mai. La regia tecnicamente raffinatissima nasconde il montaggio in bei piani sequenza. Nonostante questa e tante altre attenzioni di un regista giovane ma già di mestiere l’originalità è lontana, e questo Life dimostra come nello sci-fi spaziale ci sia bisogno di nuove idee.

Musica fusa con effetti sonori distorti e assordanti creano pathos, ma in maniera superficiale. Perché quelle scosse sensoriali restano soltanto a fior di poltrona, senza scavare nelle ossa e nell’anima dello spettatore. La responsabilità in questi casi è della scrittura. Orchestrare un set del genere era ardua impresa, anche realizzare un mostro esteticamente originale, ma come detto, i meccanismi tecnici sono orfani di nuove idee. Il dinamismo registico non basta a sbarazzarsi della staticità narrativa. L’alieno, intelligentissimo quanto duro a morire ha le sembianze di un invertebrato simile a un polipo, ma sviluppo della storia e caratterizzazioni dei personaggi languono. Questo sbilanciamento rende Life uno di quei titoli che ben riempiranno il cartellone di un multisala restituendo uno spettacolo allineato a tante cose già viste. Si perde quindi in straordinarietà, stupore. E il rischio potrebbe essere la noia. Sarebbe ingiusto però non ammettere che gli appassionati di capsule spaziali e tecnologie astronautiche avranno un bel po’ d’immagini da godere e contemplare. Peccato non ci sia molto altro.