Era il 1999 quando Gabriele Muccino sbarcò per la prima volta al Lido Di Venezia per presentare, alla 56° Mostra del Cinema, Come te nessuno Mai, racconto di formazione su adolescenti alla ricerca dell’amore e del loro posto nel mondo. A 17 anni di distanza, il regista romano, ormai residente ad Hollywood, è tornato a Venezia con L’estate Addosso presentato in Cinema nel Giardino, la nuova sezione della 73° Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia. Nel suo decimo film, Muccino torna a raccontare i giovani, questa volta nel momento di passaggio tra la fine del liceo e il mondo di possibilità che li aspetta. Con protagonisti due italiani Matilda Lutz ( di padre americano) e Brando Pacitto e due americani Joseph Haro e Taylor Frey e ambientato tra l’Italia e gli Stati Uniti, L’estate Addosso combina le due realtà che Gabriele Muccino conosce bene. In attesa che il film esca nelle sale italiane dal 15 settembre, lasciamo la parola al suo regista, intervistato a Venezia.

Come mai hai deciso di tornare a raccontare dei giovani, dei ragazzi in un’estate molto particolare della loro vita?

Venivo da quattro film americani, di cui tre erano film drammatici. Fare un film drammatico inevitabilmente drammatizza anche una parte della tua vita dato che è sempre un’esperienza lunga per un regista. Avevo voglia di fare un film che non  fosse pesante, volevo fare qualcosa di leggero ma non superficiale, emozionante, vero, coinvolgente e autentico sull’età in cui di fatto si pensa di conoscere molto ma in realtà si conosce poco. Ciò che quasi non si conosce affatto è il disincanto. Questi sentimenti vengono dopo, arrivano quando la vita ci mette davanti i dolori, le disillusioni che creano quell’anticorpo che è il cinismo. Quell’età che io racconto invece non ha ancora conosciuto o tendenzialmente non ha ancora sviluppato un anticorpo così forte e ci si butta ancora a capofitto nelle esperienze, nelle conoscenze, nelle infatuazioni, negli amori, nelle passioni e tutto ha ancora quella forma di assoluto, di “forever”. Poi impariamo che non è così, che le cose che durano per sempre sono pochissime. A quell’età però ci credi ed è giusto crederci. Per questi motivi credo che L’estate addosso sia un film molto romantico.

Perché proprio quell’estate di passaggio, quella in cui si può essere tutto o niente, in cui potenzialmente possiamo diventare chiunque vogliamo?

Era un momento che non avevo ancora raccontato nei miei film, un momento di passaggio a cui pensavo già da parecchi anni. Se si considera la mia filmografia, sembra un parolone lo so, questo film rappresenta un anello di congiunzione tra Come te nessuno mai e L’ultimo bacio e mancava quel momento li, in cui come hai detto tu, non si sa chi si sarà, si ha paura di non diventare o si ha la certezza di avere tutte le carte in regola per diventare ma di fatto si vive nell’incertezza, nella paura e nella sensazione che tutto sia volatile. L’estate è la più volatile di tutte le stagioni perché hai un orizzonte chiarissimo. A settembre si torna comunque alle proprie routine, ai propri destini. Che sia un lavoro che si ha o che non si riesce a trovare o l’università, si torna li dove si appartiene. L’estate è un periodo molto breve di tempo in cui ci si mette in discussione. C’è un’ estremizzazione dei sentimenti che rende la stagione estiva una tappa molto importante della nostra vita.

I tuoi attori americani, Joseph Haro e Taylor Frey hanno parlato di come anche i loro personaggi, più adulti, grazie all’incontro con i due ragazzi italiani, crescano e si evolvano. Era tua intenzione concentrarti proprio su questo tipo di processo di crescita e condivisione?

Il film racconta di una crescita ed evoluzione di tutti quanti, in un momento di confronto ed esplorazione e questo li rende materiale e sguardo molto vibrante, sono vibranti i personaggi, e sono vibranti gli attori con cui lavori.Tutti questi elementi spero rendano vibrante anche il film.

Eri cosciente che per Brando Pacitto, l’estate in cui avete girato è stata la sua “Estate Addosso”?. 

Con Brando le coincidenze con il personaggio sono state enormi. Lui recitava il ruolo di un ragazzo che faceva la maturità mentre stava studiando per il suo esame di diploma. Ha vissuto un viaggio nel viaggio ancora più intenso di quanto gli altri non abbiano fatto. Io stesso, insomma, mi sono calato nella pelle dei miei personaggi e con loro ho vissuto quell’esperienza magica in cui le cose le vedi da un punto di vista unico e vergine.