Nato negli anni ’10 del Novecento dalla penna di Edgar Rice Burroughs, come risultato della fascinazione dell’epoca per l’avventura esotica, il Continente Nero e l’interesse sempre vivo per i casi di uomini dalle caratteristiche ferali, il personaggio di Tarzan è stato uno dei più utilizzati dal cinema sin dai suoi primi vagiti, per poi conoscere fasi altalenanti di fortuna critica e al botteghino: oggi però The Legend of Tarzan cerca di portare su grande schermo una nuova versione delle avventure dell’“Uomo Scimmia” con connotazioni moderne.

Gli sceneggiatori che si sono occupati del film hanno infatti deciso del tutto a sorpresa di sottolineare l’aspetto romantico di Tarzan, che nel film – nella sua duplice veste di John Clayton Greystoke e di “re della giungla – viene interpretato dal colossale e presentate svedese Alexander Skarsgård.

Diviso tra i suoi obblighi nobiliari di Lord della Camera britannica, l’amore per la bella Jane (la Margot Robbie conosciuta in The Wolf of Wall Street e presto in Suicide Squad) che ha condiviso con lui l’infanzia africana, e il richiamo per la giungla, Tarzan ci viene descritto fin dalle prime battute come un uomo esemplarmente al crocevia tra modernità industriale e simbiosi perfetta con la natura.

Gigantesco, con i vestiti tagliati alla perfezione che sembrano però esplodere sotto la possente muscolatura, taurino eppure agilissimo, parco di parole e più propenso a esprimersi con pochi sguardi significativi, a Tarzan viene proposto un viaggio diplomatico in Congo per conto di Sua Maestà, con la missione di sorvegliare l’opera di Re Leopoldo II del Belgio.

Ciò che Tarzan non sa, oltre al fatto che verrà accompagnato dal simpatico avventuriero interpretato da Samuel L. Jackson (qui in un ruolo che pare essere la redenzione del cacciatore di taglie di The Hateful Eight), è che in Congo lo aspetta una trappola mortale.

A tenderla l’inviato di Re Leopoldo II, il capitano Leon Rom (un Christoph Waltz decisamente sopra le righe e in parte sorprendente), che per appropriarsi di un carico di diamanti indispensabile per risanare le casse del Belgio è disposto a vendere Tarzan a un capo-tribù che ha un conto in sospeso con l’ex figlio prediletto della giungla.

Ciò che seguirà sarà il ritorno di Tarzan nella giungla, la riscoperta delle proprie radici animalesche e della famiglia (anzi le famiglie) che aveva lasciato in Congo, il salvataggio del proprio matrimonio, inframmezzate ad alcune delle sequenze action tra le più confuse e girate in maniera approssimativa che si ricordino negli ultimi anni, senza parlare di un reparto di effetti speciali veramente poco al passo coi tempi, sopratutto nella sequenza finale è davvero tutto la fauna locale a salvare la baracca.

Stranamente – e in maniera paradossale anche in modo molto originale – la versione che il regista David Yates offre in The Legend of Tarzan dell’iconico personaggio è qualcosa che sta a metà tra la semplificazione tutta addominali guizzanti e sguardi intensi di un romanzo Harmony e il tormento di un eroe byroniano (mondi già parzialmente tangenti di per se stessi).

Potente ma gentile, sicuro di sé ma capace di mostrare il proprio lato sensibile quando ve n’è necessità, selvaggio ma cortese, il protagonista del film arriva quasi alle lacrime in almeno due occasioni: una è la classica scena del racconto del passato oscuro di un personaggio, mentre l’altra è la risoluzione alquanto sentimentale di un conflitto che ci si sarebbe attesi come particolarmente cruento e che invece si risolve in una morsa nella quale due energumeni lasciano fluire le proprie emozioni chiedendosi scusa a vicenda.

Una volta – tempi per fortuna ormai andati – si sarebbe parlato de The legend of Tarzan come di un film dal target femminile, e al tempo stesso se ne sarebbero denunciate le preoccupazioni ecologiste e anticoloniali come paraventi di una facile operazione di pulizia della coscienza da parte dei vincitori (non a caso le parole di devastazione del villain di Waltz risultano profetiche, come da tradizione per il genere)

Per fortuna oggi non si pensa più di tanto a elementi del genere in un blockbuster le cui due pecche principali risultano essere lo scarso lavoro sui personaggi e sulla mitologia di Tarzan nonché l’incapacità di coreografare decentemente sequenze cinetiche senza rendere l’inquadratura un frenetico gioco di ombre inintellegibile.

Purtroppo anche dal punto di vista spettacolare molto si perde a causa degli effetti speciali che avranno risentito di un budget meno sontuoso del solito e di scelte di fotografie che privilegiano l’ormai famigerato “teal and orange” (dominanti arancioni e blu) con conseguente appiattimento della tavolozza cromatica. Un peccato, perché questo Tarzan romantico ci aveva davvero incuriosito…