Tra gli ultimi film presentati in concorso al 69 Festival di Cannes, The Last Face, il secondo film diretto da Sean Penn con protagonisti i premi Oscar Charlize Theron e Javier Bardem, sembra essere stato il più controverso e fischiato della manifestazione cinematografica.

Il film narra di una storia d’amore tra due medici (Theron e Bardem) in missione umanitaria sullo sfondo della Liberia dilaniata dalla guerra ed è stato girato mentre Sean Penn e Charlize Theron erano ancora una coppia.

La critica internazionale non aveva reagito così neanche giorni fa per Personal Shopper di Olivier Assayas, altro titolo molto fischiato. A non aver convinto il pubblico sembra essere stata la decisione del regista di concentrarsi sulla storia d’amore distogliendo l’attenzione dello spettatore da temi più importanti come quelli della guerra, del conflitto e delle operazioni umanitarie.

In conferenza stampa, subito dopo la presentazione del film, sono intervenuti il regista Sean Penn, il produttore Matt Palmieri e gli attori Charlize Theron, Javier Bardem, Adèle Exarchopoulos, Jean Reno e Jared Harris.

Perché ha deciso di dirigere questo film? Il produttore Matt Palmieri l’ha ritenuta la persona più adatta visto che lei stesso è coinvolto in operazioni umanitarie con la sua ONG?

Con ogni film che una persona decide di dirigere, c’è l’opportunità di chiedersi cos’è che ci interessa davvero poiché solo trattando un tema che intendiamo veramente approfondire è possibile rimanere concentrati e attenti durante tutta la durata delle riprese.

La cosa più interessante di incominciare un nuovo progetto è il porsi continuamente delle domande e questo film mi ha dato la possibilità di analizzare il concetto di potere e sfidare la strana dicotomia della società moderna in cui i ricchi vivono sempre meglio mentre la povertà e la guerra continuano a esistere ed in certi casi a dilagare. L’altro quesito che ho deciso di pormi nel film è se tra i due dottori ci sia veramente una storia d’amore, se come per due paesi in conflitto, queste due persone riusciranno a raggiungere dei compromessi  o continueranno a farsi la guerra.

Ormai l’unica qualità che dovrebbero possedere tutti è la generosità e ne vediamo sempre meno.

Javier Bardem, lei è stato il primo ad essere coinvolto nel progetto. Cosa l’ha spinta a prenderne parte?

Ho letto la sceneggiatura scritta da Eric Dignam circa quindici anni fa, sarà stato il 2000. Ricordo che la cosa che mi ha attirato è stata la storia d’amore e l’unicità del contesto in cui questa relazione nasceva e si sviluppava.

Il modo in cui sono girate molte scene richiama uno stile documentaristico. E’ stato facile per tutti voi girare in questo modo? 

Charlize Theron : Abbiamo girato in maniera molto accurata con il direttore della fotografia Barry Ackroyd su questo film. Ho lavorato con lui varie volte, è una delle persone che più stimo al mondo e la ragione per cui mi piace lavorare con lui così tanto è che Barry ha questa innata abilità di fondersi, di mimetizzarsi con l’ambiente in cui lavora e questo rende molto facile il lavoro di noi attori. Avevamo molte telecamere puntate su di noi ma non abbiamo mai avuto la sensazione di avere un intera troupe a seguirci. Immagino che questo sia quello che normalmente succede quando si girano i documentari ma non saprei dirlo visto che non ne ho mai fatti.

Jean Reno: È stato difficile cercare di essere credibili nell’operare qualcuno nel bel mezzo della notte. Come ha detto Charlize, il modo in cui le macchine da presa ci hanno accompagnato, ci hanno fatto sentire come se non stessimo girando un film e questo ci ha aiutato molto. Mi sono sorpreso positivamente di me stesso nel vedermi fare gesti da medico nel film. Quando ho visto il film ho pensato “Wow, sono un dottore!!”.

Ci può dire qualcosa di più sulla colonna sonora, dalla collaborazione con Hans Zimmer alle musiche dei Red Hot Chili Peppers?

Sean Penn: Hans ed io avevamo già lavorato assieme in passato, lui è un compositore straordinario. Fin da prima di girare, con Hans abbiamo deciso di evitare quello che viene definito “imperialismo culturale” e non comporre musiche africane o che fossero vicine alle sonorità di quelle terre. Per trovare una coesione e per poterci muovere avanti e indietro nella storia in modo da chiederci chi sono queste persone, cosa significano l’uno per l’altra nel tipo di vita che hanno deciso di vivere, la musica e le canzoni dovevano rappresentarli. Queste erano le idee di partenza che hanno inciso sulla scelta dei brani contenuti nel film.

Javier Bardem e Charlize Theron, credete che i vostri personaggi siano degli eroi?

JB: Per me i veri eroi sono le persone normali che cercano di sfamare i propri figli nonostante un salario orrendo o la disoccupazione. Per quanto riguarda le persone che interpretiamo nel film, la nostra responsabilità più grande come attori era quella di non tradire la loro missione di vita e rappresentarli nella maniera più fedele alla realtà possibile. Il loro lavoro ed il modo in cui hanno deciso di condurre la loro vita ha influenzato molto la nostra decisione di fare questo film. Interpretare questi personaggi ti porta a renderti conto che quello che fanno ogni giorno è così grande e così irraggiungibile per me che li chiamerei decisamente eroi.

CT: io ho molta ammirazione e rispetto per la dedizione con cui  queste persone passano la loro intera vita o buona parte di essa in zone di conflitto,  di dolore e di sofferenza. Avendo conosciuto molte di queste persone, non credo che si sentano eroi e non credo che agiscano per soddisfare il proprio ego e questa è la vera bellezza di tutto ciò. Sono esseri umani che riescono a interessarsi di altre persone in maniera differente ed il cui obiettivo nella vita consiste nell’aiutare il prossimo.Se qualcuno dicesse a Wren ( personaggio di Charlize Theron nel film) che è un eroe, probabilmente lei gli riderebbe in faccia.

Avete lavorato anche con attori non professionisti. È stato difficile girare con loro?

SP: Credo che la recitazione al suo meglio abbia a che fare con l’espressione personale, quando le persone hanno vissuto una vita intensa come molte di quelle che  hanno partecipato al film, sento che le cose procedano in maniera naturale. Si può lavorare benissimo con dei professionisti dal grande talento oppure con delle persone preparate dalla vita intensa che hanno vissuto. Credo che tutti gli attori seduti a questo tavolo posseggano un mix di queste due cose.

JB. Io non ho mai sentito la differenza, si trattava di rendere il tutto fluido e organico. L’unica differenza tra noi è che io ho dovuto immaginare le cose che loro invece hanno vissuto sulla loro pelle.

CT: Credo che Sean volesse che nel film si sentisse che stavamo vivendo un momento molto autentico e tutti abbiano compreso il suo intento. C’erano giorni in cui a lavorare con noi c’erano circa cinquemila comparse che giravano per i campi costruiti ad hoc per il film. Abbiamo condiviso tutti lo stesso ambiente e spesso Sean ne approfittava per riprenderli in momenti normali della loro routine giornaliera senza che nemmeno se ne accorgessero. Siamo riusciti così a catturare dei momenti bellissimi. Per questa ragione giravamo sul set sempre con i vestiti di scena in modo da poter essere pronti a qualsiasi opportunità. Non ci siamo sentiti come su un set di un film normale dove tutto è già stabilito, dove sai dove puoi girare e dove non puoi, c’era tutto un mondo attorno a noi, a nostra disposizione.

C’è per lei un nesso tra la prima scena del film in cui il personaggio di Charlize Theron spiega quanto sia importante intrattenere le persone per far in modo che ascoltino e la sua esperienza nel fare questo film? 

SP: Credo sia importante intrattenere se per intrattenimento si intende qualcosa di differente da quello che crede Donald Trump.  Sento che ci stiamo allontanando sempre più dalla nostra umanità. Bisogna sempre cercare di ritrovare la bellezza nelle cose, solo così le possiamo aggiustare.