Due banditi fratelli e pasticcioni mandano a rotoli la loro stessa rapina a un benzinaio. Uno in galera ad avvicinarsi alla poesia, l’altro libero con l’ambizione di mettere su una nuova banda, avranno a che fare con il sindaco taciturno di Disperata, il paesino pugliese dove vivacchiano insieme a un pugno di derelitti da bar. Così l’incipit della Vita in comune, il nuovo lavoro di Edoardo Winspeare presentato ieri alla Mostra del Cinema di Venenzia, in concorso alla sezione Orizzonti, e già oggi in sala.

Disperata nella finzione è nella realtà Depressa, comune in provincia di Lecce a picco sul mare e originario del regista che lo ha definito “un posto lontano dal mondo, quasi un Sudamerica mediterraneo”. Gustavo Caputo, avvocato nella vita e produttore insieme all’autore con la Saietta Film, prende in mano il ruolo del sindaco che vive apaticamente le litigiose assemblee comunali facendo castelli in aria. Ritratto multicolor e un po’ scrostato di un’Italietta esotica, se si considera vista da una vetrina internazionale come Venezia, potrebbe essere anche apprezzata all’estero come nuovo tentativo di commedia all’italiana, ma per il successo di botteghino sognato da Winspeare, forse non sarà la volta giusta. Peccato che il cast tutto Made in Puglia lasci un po’ a desiderare.

“Come escono le parole dai pensieri?” Si da spazio alla poesia nei duetti tra il sindaco e Pati, rapinatore che si redime in carcere durante le lezioni di letteratura del sindaco, volontario nella casa circondariale quando ha tempo libero. Una volta fuori tante cose cambieranno per tutti. Film di cuore e di pancia prima di tutto, La vita in comune si snoda tra vecchie case bianche anche con la storia di una commessa energica con il figlio bamboccione che impara poco e niente dagli insegnamenti goffamente criminali dello zio rapinatore. Una cresta sulla testa non gli basta a conquistare la salumiera del paese e Winspeare descrive il tutto tra commedia agrodolce e dramma tutto da ridere. Forse è questa double face di lettura che allo stesso tempo può far ridere o far seguire in modo tirato tante scene. Per esempio quella in cui zio Angiolino cerca d’insegnare a sparare al nipotone, ma senza successo. Tutto in pugliese stretto, sottotitoli alla mano, se ne può ridere a crepapelle per l’ipotetica burletta alla faccia di Gomorra (giuggiolone con cresta e insegnante armato di pistola e capigliatura ricciola da puttino), o si può essere percorsi da un brivido pensando ai pesci più piccoli della Sacra Corona Unita, mafia pugliese.

Non siamo neanche di fronte al nuovo La CapaGira purtroppo perché tentano il decollo sia la commedia che il dramma “allegro”. Il testo cinematografico resta quindi aperto alla lettura dello spettatore. Complice una sceneggiatura che abbraccia troppo generosamente tante possibilità narrative costringendo il pubblico a una sorta di Gioco dell’Oca, con rimandi, salti in avanti e cambi di fronte improvvisi. Il film è di cuore, girato con sincero affetto per i personaggi e per le location, ma si resta con la vaga impressione che tutti quegli spunti narrativi infilati quasi a forza per arricchire il film potessero essere buoni spunti per una miniserie tv, magari con qualche innesto attoriale a rinforzare. A proposito di cast è da menzionare la commessa e moglie dell’ex-carcerato Celeste Casciaro. Moglie del regista nella vita, la Casciaro porta sullo schermo una verve decisa e fortissima che fanno prevedere una predisposizione naturale a tutto campo, sia nel brillante che nel drammatico. Il cinema italiano ha bisogno di attrici così.