Un caso mai risolto, un cold case che partendo dal 1983 arriva fino ai giorni nostri coinvolgendo i poteri forti che da sempre decidono i destini della capitale: politica, malavita e Vaticano. La verità sta in cielo di Roberto Faenza cerca di riaprire la vicenda di Emanuela Orlandi, quindicenne cittadina vaticana, figlia di un messo pontificio che nell’estate del 1983 sparì misteriosamente senza mai essere più ritrovata. Un mistero che cinematograficamente non era stato mai raccontato e che Faenza ha deciso di portare sul grande schermo proprio con l’intento di riaprire il caso e spingere il Vaticano a rendere pubblici dei dossier che potrebbero rivelare una verità che più che in cielo è stata sapientemente occultata in terra per trent’anni.

Lo diciamo subito: se c’è un merito del film è proprio l’accuratezza con cui Faenza ha svolto il suo lavoro di ricostruzione. Il film ha un’attenzione alla ricostruzione dei fatti che poco ha da invidiare ad un documentario, grazie anche al coinvolgimento nel film di Pietro Orlandi, fratello di Emanuela. Ma questo però è anche uno dei pochi punti forti della pellicola che a nostro avviso fatica a coinvolgere lo spettatore. La cura dimostrata da Faenza nella ricostruzione del caso non è stata altrettanta nella messa in scena dei fatti. Il film scorre abbastanza piatto, non c’è tensione che catturi lo spettattore e anche i dialoghi dei protagonisti risultano solo funzionali al racconto dei fatti, non aggiungendo spessore o psicologia ai personaggi.

Peccato perché con un plot di questo tipo e un cast stellare composto da Riccardo Scamarcio, Maya Sansa, Valentina Lodovini e Greta Scarano (veramente bravissima e irriconoscibile nel trasformarsi in Sabrina Minardi) ci si sarebbe aspettati qualcosa di più. Nonostante questi difetti “La verità sta in cielo” rimane comunque un film importante e coraggioso che speriamo possa avere un grande successo di pubblico e spinga chi finora ha taciuto a rivelare la verità sul caso di Emanuela Orlandi.