L’arrivo al cinema de La storia della principessa splendente è un lieto evento, nonostante sia limitato a tre giorni quale evento speciale (3-4-5 novembre), ma nel contempo ci ricorda con una certa crudeltà uno stato di cose che avremmo voluto dimenticare.

Il regista Isao Takahata ha fondato nel 1985  il grande Studio Ghibli, uno dei baluardi dell’animazione moderna non-occidentale; al suo fianco vi era il più famoso Hayao Miyazaki, il maestro riconosciuto degli anime. Se per quest’ultimo l’annunciato ritiro sembra essere definitivo o quasi (mai dire mai quando si tratta della vecchia volpe nipponica), per il meno noto autore dello straziante La tomba delle lucciole l’addio non è ancora ufficiale, per quanto la sua pellicola più recente sembrerebbe rappresentare l’ultima opera prima del silenzio artistico.

La storia della principessa splendente, film dalla gestazione lunghissima – si parla di un arco produttivo di 8 anni, rappresenta al meglio la poetica dell’altra metà dello Studio Ghibli. Meno prolifico del collega Miyazaki, Takahata pur avendo abbracciato saltuariamente la vena fantastica del sodale si è sempre interessato alle sfumature più intime dei propri personaggi, concentrando i propri sforzi nella ricerca della ricchezza espressiva insita nella quotidianità e nei piccoli momenti della vita.

In parte questo atteggiamento si ritrova anche in questa trasposizione de Il racconto di un tagliabambù, uno dei racconti popolari più noti nel Paese del Sol Levante. La trama del film è molto semplice, come si confà a quella che è essenzialmente una fiaba, e ricorda elementi tipici della narrativa orale europea.

Un giorno un tagliatore di bambu rinviene nel bosco un fusto dell’albero da cui emerge una piccola e graziosa bambina. Colpito dalla natura sovrannaturale se non proprio divina della creatura, l’uomo decide di crescerla come se fosse la propria figlia insieme alla moglie, prima nel piccolo villaggio di montagna in cui risiede la coppia e poi in città: qui, grazie ad altri interventi magici, la ragazza cresciuta in un batter d’occhio viene educata come una vera nobile e la sua bellezza cattura presto l’attenzione di pretendenti altolocati e dello stesso imperatore.

Meraviglia estetica.

8 anni possono sembrare tanti, ma osservando le immagini del film che si srotolano dinanzi agli occhi si può facilmente capire il motivo del ritardo. Interamente realizzato a mano, senza alcuna separazione tra sfondi e personaggi, La principessa splendente è un acquarello vivente, le cui forme trascolorano senza soluzione di continuità. Prendendo spunto dal tradizionali Ukiyo-e (letteralmente “immagine del mondo fluttuante”), Takahata, principale disegnatore del film, mette in scena non tanto e non solo la bellezza della natura, catturata in ogni minimo dettaglio floreale e animale, ma anche e sopratutto il concetto giapponese del mono no aware, il pathos e lo struggimento delle cose suscitato dalla loro (e nostra) transitorietà.

Delizioso, gioioso e incantevole durante la prima parte ambientata nel paesino montano, il film perde la propria leggerezza nella seconda fase, quella dell’educazione aristocratica della Principessa: l’andamento narrativo subisce anche una certa stasi narrativa, rotta dall’incredibile forza cinetica della sequenza del sogno in cui le linee del disegno diventano sempre più essenziali e nervose, per poi confluire tranquillamente e con una quieta tristezza verso l’ineluttabile finale.

Un film legato alla cultura giapponese.

Nelle intenzioni di Takahata, sicuramente supportate dalla ricezione degli spettatori nipponici, il film dovrebbe essere rivolto a un pubblico trasversale, ma la filosofia che informa la pellicola – il fatalismo dei giapponesi unito al buddhismo e a una certa forma di nichilismo – non è di certo un’esperienza pacificata per un occidentale. Quella rappresentata dalla vita di Principessa in fondo è una lezione imparata a caro prezzo: quella della fugacità della felicità, stretta tra e limitata da obblighi sociali, morali, personali e persino metafisici.

Sospinto dalle ispirate note del solito Joe Hisahishi, campione di semplicità, gusto e melodia, il film è un’elegia delicata e severa al tempo stesso di un modo di vivere forse estraneo quanto potenzialmente affascinante. Lo sforzo per vincere le difficoltà culturali e il tedio di qualche momento più compassato, però, è senza dubbio premiato: di film come questi, Takahata docet, ne escono più o meno uno ogni decennio.

Foto: ufficio stampa