Ritornano alla luce il passato oscuro dell’attore e produttore Luca Barbareschi. Nel 2013 Barbareschi aveva già confessato a “Vanity Fair” di aver fatto uso di cocaina, di aver ecceduto con l’alcool e di aver provato qualsiasi tipo di trasgressione. Non sorprende, quindi, il racconto del giornalista Massimo Fini che, nell’autobiografia “Una vita“, ha raccontato aneddoti che riguardano il suo rapporto con il produttore:

“Alle quattro e mezza suona il citofono. «Sono Luca. Sono al quinto ‘travesta‘, ho bisogno di trecento euro». «Sali». È Luca Barbareschi. Gli dò i trecento euro e si dilegua nella notte. Questa scena, nel corso degli anni, si sarà ripetuta tre o quattro volte. L’ultima un paio di anni fa. lo non dò mai giudizi sulle perdizioni altrui. Ho già da pensare alle mie. Né tantomeno azzardo predicozzi morali.Ma quella sera, sapendo che aveva trovato un equilibrio con una nuova compagna, meno spettacolare di altre ma evidentemente più adatta, gli dissi: «Luca, fermati…». Ma sapevo che non c’era nulla da fare. Quando una persona è in quelle condizioni non sente ragioni. Anzi vedendo, mentre aprivo il portafoglio, che avevo molti quattrini (a me piace girare con ‘la fresca’, è un’abitudine contratta al tavolo del poker, l’unico posto, ormai, dove si vede il contante), mi chiese altri cento euro oltre i tradizionali trecento. Se ne andò barcollando.Era in condizioni spaventose, alla Lapo Elkann. Mi telefonò due giorni dopo. Lucido. Gli dissi: «Senti Luca, se torni un’altra notte in quelle condizioni cosa devo fare? Darti i quattrini o cacciarti via a calci in cul*?». «Cacciami a pedate nel cul*». Per fortuna non se n’è più presentata l’occasione”.

Quella di Barbareschi non era solo una forma di trasgressione, ma una vera e propria malattia:

“Mi raccontò che il suo medico gli aveva detto che era in preda a una sorta di schizofrenia. Quando andava, senza alcuna protezione, con i travestiti, i transgender o altri tipi del genere, rischiando l’AIDS, pensava che ad agire fosse un altro. Lui era solo uno che guardava. Mi raccontò anche che era andato a curarsi a Londra, in un a clinica specializzata, per cercare di guarire da questa sua sessuomania. Ma con scarsi risultati”.

Fini ha ammesso quindi di essere molto affezionato a Luca, perchè legati da un simile impulso ad autodistruggersi:

“L’ultima volta che ci siamo visti, alla Pergola di Firenze dove davano la pièce di Edoardo Sylos Labini “Nerone. Duemila anni di calunnie” tratta dal mio libro, mi ha fatto vedere, come un qualsiasi padre, le fotografie delle sue figliolette e lasciandoci mi ha detto: «Ti voglio bene» [...] Avrebbe avuto una carriera molto più importante se fosse stato capace di amministrarsi meglio. Come, naturalmente a ben altro livello, e per altri motivi, è stato per Walter Chiari.”.