Inizieranno lunedì 18 maggio le riprese di La pazza gioia, il nuovo film di Paolo Virzì che segue il grande successo ottenuto da Il capitale umano (quasi 6 milioni di euro al botteghino, 7 David di Donatello e altri 7 Nastri d’argento, distribuzione internazionale e candidatura ai premi Oscar, anche se non nella cinquina finale).

La pellicola, che arriverà nelle sale nel 2016 grazie a 01 Distribution, rappresenta un ritorno a un cinema più intimo, anche se non mancheranno le sfumature sociali. La pazza gioia, scritto dallo stesso Virzì a quattro mani con Francesca Archibugi, racconta infatti la storia di due pazienti di un ospedale psichiatrico, diverse caratterialmente ma unite da alcuni guai con la giustizia.

La coppia svilupperà un’amicizia piuttosto peculiare in seno a una comunità d’accoglienza, per poi tentare la fuga verso la libertà e il mondo esterno dei cosiddetti “normali”. A interpretare le protagoniste saranno due vecchie conoscenze del regista livornese, tra l’altro specializzate nel ruolo delle svampite, per quanto di opposte origini sociale (alto borghese e popolare).

Una è Valeria Bruni Tedeschi, che ha già lavorato con il cineasta proprio ne Il capitale umano, e che ultimamente si era vista in Italia nel Latin Lover di Cristina Comencini; l’altra invece è la moglie del regista, Micaela Ramazzotti, “scoperta” in Tutta la vita davanti e poi riconfermata in La prima cosa bella, ultimamente protagonista de Il nome del figlio (tra l’altro della Archibugi) e Ho ucciso Napoleone.

Virzì, che si appresta a trascorrere otto settimane di riprese tra Roma e Toscana, ha definito il film come “una storia di pazzia, di desiderio di libertà e di amore” che ha spinto i due sceneggiatori “a perlustrare i luoghi più diversi dove ci si prende cura dei disturbi psichici, a volte con percorsi di terapia ottimistici, o più spesso sbrigativamente con la custodia e la restrizione.

L’obiettivo dichiarato di La pazza gioia è l’esplorazione del “confine labile tra sanità e insanità mentale, immergendoci nel cuore di esistenze condannate allo stigma sociale della follia e della pericolosità, e provando ad osservare – attraverso quel loro sguardo ritenuto strano, di donne imperfette – la fragilità, la miseria e a volte anche la ferocia delle nostre esistenze ritenute normali“.