Dalla sua uscita nelle librerie sono passati soltanto quattro anni, visto che il film è stato presentato a Venezia nel 2016. Solitamente un tempo così breve tra successo letterario e trattamento cinematografico è riservato più a una letteratura per ragazzi, magari di taglio più fantasy. Il romanzo di M.L. Stedman invece raccontava una storia adulta e raffinata che Derek Cinfrance ha sceneggiato e diretto per il grande schermo. Un uomo schiacciato dai sensi di colpa per gli orrori vissuti sul fronte della Prima Guerra Mondiale si fa assumere come guardiano del faro sull’isola deserta di Janus, tra l’Antartide e Capo Horn, a centinaia di miglia nautiche a sud di Cile e Argentina. La solitudine è completa fino al ritorno, ogni sei mesi, a Partaguese (città immaginaria) a 100km di mare dall’isola. Il matrimonio con una ragazza conosciuta in quella stessa cittadina finalmente lo completa. La naturalità degli eventi vorrebbe che gli innamorati diventassero genitori, ma le due gravidanze interrotte gettano lei in una depressione cupa che verrà spazzata via soltanto da una neonata arrivata quasi per miracolo a bordo di una barchetta naufragata sull’isola. L’adozione diverrà segreta come il secondo degli aborti spontanei ma a un paio d’anni di distanza i due scopriranno l’identità della loro figlia, e soprattutto quella della vera madre.

Il dramma sulla perdita s’incentra sullo scontro tra dannosa verità e menzogna egoista. Ambientarlo su un’isola bagnata dagli oceani Atlantico e Pacifico, in più dal nome ispirato al mitologico Giano Bifronte ha reso tutto più simbolico. Questo il merito letterario ereditato da Cianfrance. Nelle sue inquadrature regala spesso molto spazio ai cieli opachi di Janus, quasi a schiacciare ogni personaggio in un’ineluttabilità che viene tessuta gradualmente per tutta la durata del film. La prima parte, più solare, ha il sapore del meló per tingersi in seguito di vero e proprio dramma a tre voci. Non è un caso che il regista, dopo la doppia e tripla storia del suo precedente Come un tuono, sia ancora affamato di vicende mutevoli per esplorare solchi emotivi profondi. Sicuramente The light between Oceans si rivolge a un pubblico più adulto del suo precedente tagliando fuori i più giovani, che lì erano presi da azione, rapine e un personaggio coetaneo. Qui il maggiore appeal a loro riservato resta forse l’attrazione per la storia d’amore interpretata da due sex-symbol.

A prestare il volto ai coniugi sono Michael Fassbender e Alicia Vikander. La loro sintonia è fortissima e i cambi che stendono sui personaggi convincono sempre. Lei ha freschezza e sfrontatezza attoriali da giovane donna che ricordano l’istinto delle grandi attrici agli esordi. E il suo fiuto emotivo funziona su un personaggio spezzato dalle scelte. Fassbender imbriglia nell’etichetta dell’epoca i contrasti intimi riuscendo ad essere camaleontico nei moltissimi colori espressivi. Sempre dosandoli con giusta alchimia, come ci ha abituati dai suoi lavori precedenti. La madre naturale è invece Rachel Weisz, attrice qui in panni dolenti che plasma bellezza con bravura e bravura con bellezza.

Tutti gli scontri morali su maternità combattute, ossessione per giustizia e sicurezza per i cari e unione familiare a costi altissimi prendono vita in un film dalla dilatazione temporale evidentemente letteraria. Si raccontano anni, ma la riflessività della regia scruta sempre, oltre ai personaggi, la natura dell’isola, i due oceani che abbracciano la terra e quel cielo che preme tutti sulle loro responsabilità. Nonostante piccoli smussamenti per l’adattamento fa tutto parte di una trasposizione filmica complessivamente fedele e penetrante delle pagine originali.