La storia parte dalla Boston proibizionista, con il nostro protagonista stretto tra una padrino dalla figura andreottiana di Remo Girone e un ufficiale della polizia interpretato da Brendan Gleeson. Figlio del poliziotto ma dedito alle rapine, Joe non riesce a venire fuori da una fitta rete malavitosa. La sua donna ha il broncio sexy di Sienna Miller, peccato stia già con il boss nemico di Girone e del protagonista Ben Affleck. Dopo un bel po’ di pallottole e scazzottate il nostro Affleck sarà costretto a trasferirsi a Tampa, nell’assolata Florida dei sigari e del rum sottobanco. Da qui il rapinatore diventa gangster, anzi boss della zona con l’obiettivo di costruire casinò. Se la dovrà vedere con l’ufficiale “incorruttibile” Chris Cooper, una nuova fiamma con le curve di Zoe Saldana, una giovane predicatrice con gli occhi blu di Elle Fanning. In più troverà una serie di nuovi fuorilegge da sgominare per farsi spazio, fino a niente poco di meno che il Ku Klux Clan.

Di carne al fuoco ce n’è anche troppa per una sola sceneggiatura. Tanto che i filoni narrativi sembrano tre o quattro film schiacciati in un tour de force di doppiopetto, borsalini e mitragliatrici. Dopo aver guardato le oltre due ore di La legge della notte, sarebbero due le parole di commento: why, Ben? Splendido sceneggiatore di Will Hunting, istrionico doppio personaggio in Shakespeare in love, regista giustamente acclamato per Argo, si ripresenta al pubblico con una storia di gangster presa dal romanzo di Dennis Lehane. Nulla contro lo scrittore, ma la trasposizione per il cinema non soddisfa le ambizioni di raccontare la storia di scelte obbligate di un ex-soldato trasformato in criminale dopo la Prima Guerra Mondiale. “Come regista, questa era un’ottima opportunità per rendere omaggio ai film classici di gangster, dagli anni ’30 ai ’70, della Warner Bros”. Ha spiegato Affleck. “In loro c’era una sensazione epica che sembrava portarti veramente in un’altra epoca”.

Qui la ricostruzione dell’epoca c’è e si vede. Magari un po’ patinata e fresca di sartoria sui costumi, ma la presenza di Leonardo DiCaprio come produttore esecutivo nel progetto marchiato Warner conferisce un’alta qualità di troupe e attori messi a disposizione di una sceneggiatura barocca e di una regia ingolfata. Tante scene di sparatorie hanno quelle piccole incoerenze che nonostante i mezzi dispendiosi non riescono a conquistare. I personaggi sono trasposti con una serie di frasi a effetto che a lungo andare diventano stucchevoli, o addirittura esilaranti. In tutto ciò l’ironia, quella vera, ha un posticino troppo piccolo. Il film strappa sorrisi, quando non risate, al posto della tensione propria del genere. Poi la nuova e preoccupante staticità attoriale di Affleck lo imprigiona in un’ingessatissima monoespressione alla Batman. Il risultato è una trasposizione manieristica non riuscita del mondo di Al Capone (che per fortuna qui non c’è).

Gli unici attori a far bene nonostante l’anonimato registico e i pasticci in scrittura, oltre alla Saldana che ondeggia i suoi sorrisi e non solo con un personaggio non della vita, sono Cooper e Gleeson. Attori di grosso calibro che malgrado tutto, grazie all’esperienza di decenni e pile di copioni, riescono ad essere pienamente credibili e funzionali ai propri ruoli. Visti i mezzi e i nomi coinvolti La legge della notte si attesta tra le occasioni sprecate di questo inizio anno. Smessi i sorrisi per certi dialoghi quasi da parodia rattrista un po’ il pensiero che forse siamo di fronte a un candidato per i Razzie Awards dell’anno prossimo. Come se la fresca vittoria di Pirro ottenuta da Superman V Batman non fosse bastata. Insomma, provaci ancora Ben, domani è un altro giorno. Però sbrigati.