In Game of Thrones interpreta Jamie Lannister, il viscido principe guerriero e incestuoso. Dalla celebrità per la serie tv più chiacchierata, Nikolaj Coster-Waldau sarà al cinema dal 7 settembre per cimentarsi in un thriller carcerario prodigo di violenza e patti criminali, La fratellanza. Jacob è un uomo d’affari. Il lavoro gli va bene, ma non è un ricco speculatore squalo e single. Ha una moglie innamorata e affascinante e un figlio vispo e affezionato. Benessere ma non lusso, villetta con giardino, una bella auto e tanti buoni amici. Se fosse in Italia diremmo semplicemente “una famiglia da Mulino Bianco”. Una sera la piacevole realtà viene spezzata da un incidente stradale. Dalla guida brilla e distratta a un fatale semaforo rosso Jacob finisce in un penitenziario di criminali comuni. O meglio arrabbiati come cani e organizzati in gang. I messicani, i neri e i bianchi. Per sopravvivere la scelta è una sola, fratellanza, ma il prezzo si rivelerà immane.

La mutazione da colletto bianco a contrabbandiere di armi omicida di Coster-Waldau è notevole. Più fisicamente che attorialmente, per la verità. Corpo e atteggiamento cambiano gradualmente seguendo gli scossoni morali delle malefatte alle quali è costretto prima per salvare sé stesso e poi la sua famiglia. La gang dei bianchi è quella della fratellanza ariana. Un plotone di bestioni in canotta con tatuaggi di croci uncinate, doppie esse e pugnali. Personaggi presi da una realtà dove chissà se quelli sanno davero cosa siano stati Olocausto, rastrellamenti, campi e cose così. Però ne portano sulla pelle i segni peggiori per fare i duri. La contesa degli affari criminali passa per i poliziotti corrotti e corre oltre la cortina del penitenziario per ramificarsi in città. Come cattivi fratelli questi omaccioni si organizzano per smerciare un grosso carico d’armi. E anche Jacob è coinvolto, una volta uscito. Anzi, Money, com’è stato ribattezzato dai suoi compagni. Nel frattempo la polizia di Pasadena osserva i sospettati in libertà condizionata per preparare la sua mossa.

Questa è la scatola narrativa che Ric Roman Waugh ci porge. Autore e produttore del film, è al suo terzo lavoro su una storia carceraria. Di Felon era soltanto sceneggiatore, ma con Snitch – L’infiltrato e La fratellanza ha guidato anche la regia. Stavolta il suo interesse si è concentrato sul ricreare autenticità tra gang e polizia. Ha addirittura lavorato come agente volontario in un penitenziario della California per qualche anno col fine di carpire vita, ambizioni e stile di criminali e poliziotti. Il suo bagaglio di realtà gli è senz’altro servito per un ritratto che sbatte sullo spettatore come una sportellata. Immagini crude di omicidi al cacciavite e furbe strategie per aggirare le guardie carceraria si fondono, nei flashback, ai vari momenti di decadimento familiare di Jacob. La paura della vita dietro le sbarre polverizzata subito in disperato coraggio s’impasta in un muro di nuova, apparente freddezza che dietro ha la nostalgia della vecchia vita normale. Il dramma di non poter tornare indietro resta teso come una corda grazie a fierezza da gang e vergogna da criminale davanti alla famiglia, elementi che spaccano due mondi in conflitto. Sparatorie, risse, dialoghi da duri dell’ultima ora, tradimenti e indagini s‘intrecciano in un thriller sviluppato come l’iperbole criminale di un insospettabile padre di famiglia. Adatto agli amanti dei prison-movie e dei peggiori slam americani.