Siamo al rientro dalla guerra in Vietnam e un roccioso colonnello, cranio lucido e faccia da duro di Samuel L. Jackson, viene richiamato con la sua squadra per scortare un gruppo di scienziati su un’isola sconosciuta. Durante l’esplorazione s’imbatteranno in creature spropositate. Kong – Skull Island viene fuori dagli stessi produttori di Godzilla, ma la regia è di Jordan Vogt-Roberts, che riesce a bilanciare perfettamente i personaggi ben scritti per John Goodman, Brie Larson, Tom Hiddleston e John C . Reilly. Le quattro star impersonano rispettivamente un agente del Monarch (il progetto segreto per monitorare creature gigantesche e misteriose), una fotografa di guerra, l’esploratore esperto cartografo, e un ex-soldato della Seconda Guerra Mondiale rimasto confinato sull’isola per decenni.

Si potrebbe sintetizzare dicendo che il film riprende il primo tempo dei vecchi King Kong, dove prima di essere portato a New York, il primate dava sfoggio della sua potenza in casa sua. Invece la sceneggiatura articola la storia in maniera del tutto diversa. Larson e Hiddleton fanno tirare un sospiro di sollievo perché non sono reciprocamente sdolcinati come il cliché vorrebbe vederli, ma soprattutto fanno parte come tutti gli altri personaggi di una coralità narrativa dove se scegliessimo un protagonista, quello sarebbe Kong. Anche lui dalle presenze in scena perfettamente dosate tra il “non si vede mai” e una visione epica delle sue azioni. Poi svettano alcune uscite testosteroniche di Jackson, ormai a suo agio nei panni di personaggi duri da vendere. Sarà lui l’unico a tenere testa a Kong?

La grande scimmia rappresenta l’elemento di equilibrio della natura: protegge l’isola da mostri rintanati nel ventre della terra. È l’uomo il vero problema. Ogni scena è razionalizzata in modo accattivante ma non invasivo intorno a questa morale. La colonna sonora raccoglie pezzi di David Bowie, Black Sabbath e tanti altri evergreen dell’epoca scaldando le atmosfere con nuance cinestetiche ai classici del genere Apocalipse Now, Full Metal Jacket e Platoon. Ma è la regia a fare la differenza. Nulla sfugge al controllo dello sguardo del regista per lo spettatore: la macchina da presa s’insinua in mezzo a ogni scena di combattimento. Che siano i pugni di Kong a un mostro o gli elicotteri che volano come pop-corn, il regista ci trascina dentro un prodotto fieramente in 2D che dimostra quanto il 3D sia solo un optional costoso e inutile se si sa come girare. Si intuisce anche da spettacolarità e disposizioni dei personaggi che Vogt-Roberts viene anche dal mondo dei videogame, e si vede per la chiarezza con la quale mette in scena sequenze di estrema complessità. Dimentichiamoci delle scie velocissime in Avengers e Transformers. Qui i fotogrammi sono sempre emblematici componendo azioni al rallenty si eliminano confusione ed effetto stordimento. In più si percepiscono sfumature dei caratteri solitamente invisibili per questo genere.

A quanto pare, dopo il successo di critica e box office del lucertolone giapponese, Warner Bros. vuole aprire il cineuniverso dei Kaijū. Non è un segreto che in futuro la grande scimmia potrebbe incontrare l’iguana cresciuto a dismisura per le radiazioni. Franchise di mostri giganteschi saranno la nuova frontiera del disaster movie per i prossimi anni? Intanto restate seduti durante i titoli di coda: alla fine ci sarà un’ultima scena da gustare.