A trilogia compiuta, allontanatosi dal suo Sherlock Holmes polveroso e pulp Guy Ritchie torna  a Londra, ma scava ancora di più nel passato: fino a una Londinium medioevale ancora popolata di vistosi ruderi romani. All’ombra di un Colosseo british messo anche un po’ meglio del nostro vivacchia Arthur, giovinastro carismatico e prestante cresciuto da tre signorine di un bordello che lo trovarono in una barca quando era bambino. Perseguitato dal suo passato con incubi ricorrenti viene catapultato a Camelot, soggiogata dal sovrano Vortigern, fratello assassino del Re e zio del nostro Art.

Capello leccato all’indietro, barba composta, fisico più definito di tanti Brad Pitt e pellicce vistose ce lo presentano come un hipster d’altri tempi. Gli dà vita un Charlie Hunnam molto preparato che afferra al volo la lezione del regista infarcendo il suo eroe di sarcasmo e spavalderia di buon cuore. La Tavola Rotonda è ancora lontana, ma le azioni di guerriglia con una gang composta di nobili cavalieri fidati e rissosi amici di sobborgo fiondano il pubblico in situazioni tra Robin Hood e un’evoluzione felice del Signore degli Anelli. Gli olifanti sono un lontano ricordo Warner Bros, matrona anche degli Sherlock Holmes e di questo nuovo arrivato, quindi gli elefanti che mettono a ferro e fuoco Camelot qui diventano alti più di cento metri. Il formato RealD potenzia il 3D con un’immersione stupefacente. Ma restano trucchi di fronte al misticismo del film, perché la mitica Excalibur ha già riconosciuto le mani del suo nuovo padrone, anche se l’indisciplina del ragazzo è animale ben più difficile a domarsi. Per questo accorrerà una giovane maga allieva di Merlino. Cappa blu e sguardo inquieto di Astrid Bergès-Frisbey fa da redini e termometro alla veemenza di un protagonista sfacciato fuori, ma sofferente e problematico dentro per aver visto trucidare i genitori da una specie di demone.

Spettacolare, velocissimo, entusiasmante su tutti i fronti, d’accordo. Ma il pericolo numero uno in questo King Arthur – Il potere della Spada resta Jude Law nei panni del perfido sovrano usurpatore. Ritchie si diverte a proporcelo come una specie di Papa Nero, lato oscuro del pontefice sorrentiniano, punta più cupa di quell’ironia british incorrect che abbiamo imparato ad amare fin da Lock & Stock. Prende nuove ispirazioni il regista di Hatfield, si confronta con animali e mostri mitici, arpie/sirene tentacolari vicine al teatro di Shakespeare, aquile e serpenti giganti. L’immagine della spada nella roccia è invece ciò che di meno spettacolare ci proponga. Più che altro il suo sguardo si fa estatico, magari un timore reverenziale, o forse solo per lasciarci con un palmo di naso. Arthur, addirittura, a volte impugna Excalibur come fosse un guinzaglio: se la trascina con sciatteria producendo scintille con la punta sul ciottolato. Il suo futuro Re borgataro è così, imprevedibile, carico d’energia oltre l’eccesso ma generoso e giusto dentro quei muscoli, in più furbo stratega e irresistibile incantatore con quella parlantina che plasma gli astanti ai suoi racconti. In questo King Arthur c’è ancora tanto Holmes, soprattutto nelle atmosfere e nello stile, ma il gioco delle tre carte targato Guy Ritchie riesce sempre. Una resta Jude Law, prima già Watson. Poi dalla manica tira fuori tanti nuovi assi e vari re. Uno si chiama Djimon Hounsou, che impersona la prima guardia del Re assassinato, un roccioso Eric Bana, non solo per modo di dire. E quando sembra che le carte prendano tutte una direzione, non resiste alla tentazione di giocarsi anche un jack con il cameo calciofilo di un David Beckham sfregiato. Provate a riconoscerlo.

In questi mesi si è parlato di dubbi sulla realizzazione di sequel: probabili rimestamenti mediatici per alzare l’hype. La storia ne merita per com’è stata strutturata, e ne avrà, ma presto sarà anche il pubblico italiano stesso a richiederne a gran voce.