E così siamo giunti anche al secondo capitolo della seconda trilogia dei dinosauri per eccellenza. È passato un po’ di tempo dall’ultima catastrofe su Isla Nublar dopo la trionfante riapertura del parco di lucertoloni che vedeva come nuovi protagonisti Chris Pratt e Bryce Dallas Howard. Stavolta l’ammaestratore di rettili e la ex-responsabile dell’isola preistorica vengono chiamati per condurre il salvataggio dei rettili rimasti liberi tra i ruderi del parco, ma minacciati dal vulcano che sta per eruttare sull’intera isola.

In questo nuovo Jurassic World – Il regno distrutto, sempre prodotto da Steven Spielberg, alla sua prima volta nel franchise abbiamo dietro la macchina da presa Juan Antonio Bayona. Il regista spagnolo non crea molte scene icona ma razionalizza l’estetica del monster-movie a servizio di una tradizione che questa volta vuole puntare su un intrattenimento più adulto e accorato, mantenendo sempre alta la presenza dei dinosauri e delle loro sequenze dinamiche.

I producers avranno pensato a lui perché nei suoi precedenti figurano film di grandi effetti speciali sì, ma tutti attraversati da un marcato tono drammatico, quando non horror. E forse questo capitolo, nonostante le ironie del personaggio guascone di Pratt, si piazza come il più dark di tutta la serie. Si perché si viene da un periodo di gravissimi danni inferti alle città dov’erano arrivati i lucertoloni fuggiti dopo il film del 2015, perché adesso rischiano l’estinzione a causa del vulcano, e perché in realtà dietro al salvataggio in stile arca di Noè militarizzata si nasconde un progetto molto più oscuro. Molta drammaticità ma, a stringere, poca buona drammaturgia ruota attorno alla nipotina del vecchio socio fondatore del parco. Loro babysitter-badante è una Geraldine Chaplin con un personaggio tenuto alla stregua di una piccola comparizione, quando avrebbe potuto incidere più e meglio sulla storia. Peccato relegare così una grande attrice quando la si ha sul set.

La sceneggiatura cerca di ripercorrere le atmosfere di Lost World, il secondo capitolo firmato Spielberg, ma anche da questo si evince un’originalità scarsa e la bussola delle idee più puntata a ruminare il passato che a regalarci un vero futuro della saga. Nello scorso capitolo i nuovi semi narrativi erano forti, ma oggi sono rimasti tali, senza sviluppi. Da questo punto di vista, come rivela anche la scena dopo i titoli di coda – il prossimo sequel è già stato annunciato per il 2021 da Universal Pictures – Il regno distrutto si pone come capitolo mezzano, punto di raccordo, ma di nuovo apporta giusto un inedito raptor progettato geneticamente e perfetto per la guerra, tante atmosfere cupe, buie o addirittura tristi (che in anteprima hanno fatto piangere qualche bambino in sala) e l’idea che la clonazione dei dinosauri forse non riguarda soltanto loro (i dinosauri). Manca di solarità e spensieratezza questo sequel. Quei sorrisi splendenti di stupore da parco a tema che tre anni fa avevano riesumato il franchise piazzando Jurassic World al quinto posto tra i film più visti di sempre oggi sono patema d’animo, lucciconi e scene scure. Cosa non sempre gradita dalle famiglie in gita al cinema. Ecco perché la scommessa giurassica ha assunto tinte dark. Ai box office del mondo la sentenza finale.

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