Presentato in concorso al Festival di Cannes appena trascorso, pur se uscito senza premi, il nuovo film di Pedro Almodovar, Julieta, arriva a tempo di record nelle sale italiane, segno della fiducia che la distribuzione ripone nelle capacità del cineasta spagnolo.

Dopo due prove relativamente meno apprezzate dal grande pubblico come La pelle che abito e Gli amanti passeggeri, quello di Almodovar sembra sin dalle prime immagini un vero e proprio ritorno alle origini, a un materiale da sempre padroneggiato con maestria: l’affresco di un universo femminile in cui gli uomini svolgono il ruolo di catalizzatori di drammi e addirittura tragedie.

Fattosi ispirare dalla raccolta di racconti In fuga del premio Oscar Alice Munro, il regista ha scritto una storia imperniata sul senso di colpa, in cui riflette sull’impossibilità di sfuggire al dolore, sull’ossessiva e impossibile ricerca di un assenza; un melodramma in cui si odono gli echi della tragedia classica e della sua ineluttabilità e che però è scandito ritmicamente come un noir.

Emma Suarez (sostituita da Adriana Ugarte in un lungo flashback, probabilmente la parte migliore del film) veste i panni della Julieta del titolo, una donna di 56 anni che sta per trasferirsi in Portogallo insieme al suo compagno Lorenzo. Nonostante i preparativi per la partenza siano quasi ultimati si intuisce che c’è qualcosa che la blocca, un segreto di cui lo stesso Lorenzo è consapevole ma sul quale non ha mai indagato.

L’incontro casuale con una vecchia amica della figlia Antia, che la protagonista non vede più da 12 anni, la convincerà a non abbandonare Madrid; l’evento darà il via a un lungo flashback (sotto forma di lettera – confessione alla figlia assente), nel quale assisteremo alla sua storia d’amore giovanile con il padre di Antia, Xoan, e alla tragedia che ha segnato per sempre la sua vita.

Fin dalla prima immagine, un drappo dal caratteristico colore rosso almodovariano che si rivela essere un vestito, è subito chiaro allo spettatore quanto il film sia imperniato sugli elementi stilistici che rendono immediatamente riconoscibile la firma dell’autore di Volver e Labirinto di passione.

Tuttavia, nel dipanarsi della vicenda con il suo carico di dolori e tragedie, l’estrema cura per le scenografie, in particolar modo gli interni, e i tanti dettagli cromatici che punteggiano il film si impongono sempre più all’attenzione come vezzi e tocchi di maniera, i quali più che aiutare nella decifrazione dei sentimenti dei personaggi e nella delineazione di un’atmosfera risultano semplici idiosincrasie personali di Almodovar volte ad abbellire una messa in scena altrimenti piatta che lambisce da vicino il confine della soap opera.

È infatti lo script il nemico principale delle ambizioni di Julieta. Allineando un’emozione forte dietro l’altra e frapponendo a queste lunghe pause apatiche, sulle quali Almodovar non esercita alcun tipo di controllo e lascia i propri attori a briglia sciolta (gli occhi sbarrati dal dolore non sono un’eccezione ma la regola), il regista trasforma quella che avrebbe potuto essere una riflessione sul peso dell’assenza e del senso di colpa in una cronaca distratta e in alcuni punti persino ridicola.

Come se il sapiente narratore di tanti film si fosse all’improvviso mutato nell’avventore propenso al gossip che si dimentica di inserire nel suo racconto i dettagli più interessanti, limitandosi alla mera esposizione dei fatti: la gravitas della tragedia si perde in un mare di lutti da melodramma, senza però quella passione tipica del genere.

Le tante ellissi narrative che costellano il film squarciano poi il tessuto della trama come buchi neri che inglobano il senso e le motivazioni dei personaggi, lasciati a esprimere un dolore sordo ma incomprensibile; nelle intenzioni di Almodovar – pare evidente – alcuni misteri che rimangono insoluti (in primis la natura del senso di colpa che attanaglia Julieta e le motivazioni della fuga della figlia) avrebbero dovuto costituire per lo spettatore delle fessure gravide di senso, ma la fretta con cui vengono tratteggiati gli snodi principali rende il tutto meccanico e artificiale, persino cinico se si pensa alla sequela di morti orchestrate per portare avanti il racconto e per fare intervenire gli insopportabilmente stereotipati archi di Alberto Iglesias.

Non che l’abilità del regista sia andata perduta del tutto, per esempio Almodovar non ha rivali nella messa in scena di appartamenti e luoghi che immediatamente ci parlano dei personaggi che li abitano, grazie a colori e forme accuratamente studiata. Ma è davvero poca cosa, e speriamo di non dover aspettare altri tre anni prima di poter vedere finalmente il riscatto del cineasta spagnolo.