C’è il sogno americano nella sua essenza più pura al centro di Joy, la nuova commedia drammatica di David O. Russell, autore dei premiati The Fighter, Il lato positivo e American Hustle.

Il regista per questa nuova operazione cinematografica, in uscita nelle sale italiane dal 28 gennaio, ritorna ancora una volta a lavorare con il terzetto de Il lato positivo, ovvero la protagonista Jennifer Lawrence e in due ruoli più defilati Robert De Niro e Bradley Cooper.

Riprendendo – con scarto laterale – la tradizione dei biopic celebrativi di personaggi che hanno incarnato appieno la figura centrale dell’etica lavorativa statunitense del self-made man, Russell in Joy ci racconta la storia dell’imprenditrice Joy Mangano, casalinga diventata dal nulla imprenditrice di se stessa, a capo di un vero e proprio impero commerciale sorto dallo sfruttamento dei brevetti di prodotti per la casa, in primis la Miracle Mop, scopa dal design rivoluzionario ancora in voga negli States.

Come prevede la lunga tradizione del genere la strada della Mangano è costellata di difficoltà, ostacoli, sabotaggi e tradimenti, in modo non dissimili da quelle soap opera che la madre, rinchiusa in una stanzetta, guarda ossessivamente tutto il giorno. E proprio la famiglia è uno dei temi collaterali del film, un nucleo disfunzionale che, come sempre nelle opere di Russell, è al tempo stesso di supporto e di intralcio al suo protagonista, intento a realizzare il sogno della propria vita, e di riflesso a realizzarsi come persona.

Il regista racconta delle ambizioni della pellicola, che non si limita a raccontare una case history di successo ma vuole essere anche una fedele rappresentazione della vita di una donna proveniente dalla piccola borghesia come ce ne sono tante: “Era una sfida: come raccontare più di quarant’anni di vita di Joy, dalla magia dell’infanzia, passando attraverso il matrimonio, il divorzio e la sua esperienza di madre single, fino ad arrivare al coronamento di quei sogni d’infanzia? Come raccontare la storia dell’animo di una persona – e come far capire che quell’animo è un insieme di tutti i nostri amori, le nostre idee e le nostre passioni? Joy mette insieme tutti questi pezzi diversi.”

Per fare ciò nella prima parte del film il regista utilizza uno stile sopra le righe, sia dal punto di vista della caratterizzazione dei personaggi, che in alcuni punti sfiorano il grottesco, sia per il tono con cui si avvia la vicenda, a metà tra la commedia indie di moda al momento e il dramma: tocca dire che non sempre questi due lati di quella che dovrebbe essere la stessa medaglia combaciano alla perfezione, a causa anche di un montaggio molto frenetico che interrompe l’azione principale con lunghi flashback provocando un certo distacco nello spettatore.

E d’altra parte la frenesia e l’ansia sono tra le caratteristiche principali di Joy – la pellicola – un po’ sulla stessa scia delle soap opera divorate dalla madre dell’inventrice: la struttura narrativa del film privilegia infatti l’affastellarsi degli eventi (e delle difficoltà da superare) rispetto alle pause di riflessione, con un effetto che quando funziona risulta epico (le televendite per esempio sono un pezzo di bravura) ma quando manca il bersaglio provoca confusione e spaesamento.

A bilanciare la situazione c’è la regia di Russell, che si serve di movimenti di macchina molto eleganti e a volte anche piuttosto intelligenti, ma che si perde in un bicchiere d’acqua quando deve risolvere le scene più importanti, come la presa di coscienza di Joy o il confronto finale con il truffatore, entrambe giocate con troppa insistenza su dialoghi deboli e connotate come se provenissero all’improvviso da un altro prodotto (un melodramma antico la prima, un western classico, l’altra).

Se Joy rimane comunque un’opera piacevole lo si deve in particolar modo alla direzione degli attori, da sempre punto di forza di Russell. La candidatura agli Oscar di Jennifer Lawrence per questo ruolo forse è stato un automatismo evitabile, ma la prova dell’attrice è molto solida, per quanto a volte troppo caricata; se la cava meglio Robert De Niro, che dona profondità a un personaggio scomodo come il padre seduttore, mentre quella di Bradley Cooper è un semplice sfoggio di charme come da aspettative.

Colpisce, e non sempre in modo positivo, il ruolo di coro greco dato a tutti i comprimari di Joy, che da motori dell’azione diventano spesso commentatori in scena, in inquadrature frontali e molto ampie, quasi si trattassero dei giudici in un processo. L’insistenza di Russell sulla negatività di parenti (padre, nuova compagna e sorellastra) alla lunga però appare artificiosa, un altro mezzo per far risaltare la determinazione e la fragilità insieme di una donna che già deve affrontare tante sfide.

Rimarrebbe da fare qualche considerazione dal punto di vista etico, in maniera non dissimile da quanto si lesse ai tempi dell’uscita di La ricerca della felicità di Gabriele Muccino, non a caso un’altra case history di successo: in entrambi i film l’attenzione è posta sugli sforzi sovrumani dei protagonisti per arrivare alla ricchezza e alla soddisfazione personale (ma nel mentre si tratta di mera sopravvivenza), anche a discapito di coloro che le stanno intorno, ed è proprio il mancato rilievo dato ai pericoli del sogno americano perseguito con tale ossessione a rendere Joy un’opera magari entusiasmante ma in un ultima analisi evanescente come una televendita.

A margine della proiezione anche un interessante incontro con tre donne che hanno parlato del non semplice ingresso femminile nel mondo del lavoro italiano e che hanno raccontato la loro esperienza personale, lasciando alcuni utili consigli alle giovani studentesse in sala: Barbara Mazzolai, coordinatrice del Centro di Micro-BioRobotics (IIT@SSSA) dell’ Istituto Italiano di Tecnologia, Paola Dubini, docente dell’Università Bocconi e Direttore del corso di laurea in Economia per le Arti, la Cultura e la Comunicazione (CLEACC), e Franca Audisio Rangoni, presidente nazionale AIDDA  (Associazione Donne Imprenditrici e donne dirigenti d’azienda).