“Zero, la mia storia” è l’attesissima biografia post-mortem di Jimi Hendrix. Ci sono stralci di interviste, frasi scritte su pacchetti di sigarette o tovaglioli, lettere e cartoline spedite a casa o ai fan, testi di canzoni e discorsi on stage. E non manca un collage, anche grafico, di quella che è stata la vita del grande Hendrix, scomparso nel 1970 a 27 anni, la stessa età di tanti altri grandi, da Jim Morrison a Brian Jones, a Janis Joplin, a Kurt Cobain e ad Amy Winehouse.

A mettere mano su Zero sono stati il produttore cinematografico e musicale Alan Douglas e il documentarista Peter Neal. La loro è stata un’operazione di recupero degli scritti del genio, che poi sono stati disposti cronologicamente nel modo giusto.  Naturalmente, la biografia è anche un perfetto sfondo del mondo della musica di quegli anni. “Nessuna parola è stata aggiunta, nessun concetto modificato o aggiustato. E’ la sua storia, come l’avrebbe potuta e voluta raccontare lui stesso, se avesse avuto tempo”.

Ed ecco una delle frasi che racchiude la filosofia del chitarrista: “Non me ne fregava di niente, solo della musica”. Che ha girato tanto, incontrato tanti (i Beatles) e prodotto tantissimo. Nonostante la sua parabola artistica sia durata appena quattro anni. “Alla mia morte, ci sarà una jam session. Puoi giurarci. Voglio che tutti diano il massimo e si sballino. E, conoscendomi, finirò per cacciarmi nei guai al mio stesso funerale. Non voglio canzoni dei Beatles, ma qualche pezzo di Eddie Cochram e parecchio blues”.  Prima di una sorta di testamento scritto da vivo: “E’ strano il modo in cui la gente dimostra il proprio amore per chi muore”.

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