Al Festival di Venezia di quest’anno, oltre ai film annunciati in concorso, avverrà anche la presentazione ufficiale al di fuori della competizione di Italy in a Day, il film coordinato da Gabriele Salvatores che riprende e adatta in salsa tricolore l’esperimento del 2011 Life in a Day, diretto da Ridley Scott.

La pellicola è stata descritta come un social movie a causa della sua struttura piuttosto originale: si tratta infatti del montaggio dei tantissimi filmati (oltre 44mila) realizzati con un supporto qualsiasi dagli italiani durante il 26 ottobre dell’anno scorso, e quindi inviati alla Rai.

Le oltre 2200 ore di girato rappresentano una sorta di inconscio collettivo del Paese, una rappresentazione per immagini di sogni, desideri, speranze e paura di un popolo, una sorta di confessione laica di un’intera nazione.

Salvatores, che è impegnato nelle ultime fasi di post-produzione di Il ragazzo invisibile (con Valeria Golino, Ksenia Rappoport e Fabrizio Bentivoglio), ha presentano con entusiasmo un progetto che, almeno in teoria, avrebbe dovuto generare in lui più di una perplessità:

Non credo nella democrazia diretta. Non credo neanche che il pubblico abbia sempre ragione. E non penso che basti avere una chitarra per essere un musicista. Per questo ho trovato molto emozionante, istruttivo e interessante questo esperimento, realizzabile solo oggi con i media di cui disponiamo. Sono stato quello a cui migliaia di persone affidavano il loro ‘message in a bottle’. Ci voleva rispetto, attenzione. Ma anche la coscienza del proprio ruolo. Raccontare la tua storia, anche se con le parole degli altri. Oggi, sommersi da qualsiasi tipo di immagine, non e’ forse il montaggio quindi il racconto, la vera anima di un film?