Un uomo di circa cinquant’anni ha un infarto sul posto di lavoro. Fa il carpentiere. Non ha un contratto fisso e quindi non ha permessi per malattia. Deve chiedere l’indennità per malattia. La chiede. Gliela rifiutano. Allora è costretto a chiedere l’indennità di disoccupazione. Ma per averla deve cercare lavoro. Ma i dottori gli dicono che non può lavorare e il corto circuito comincia ad erodere la mente dell’uomo. Non siamo in un racconto distopico di Orwell. Ma siamo nell’Inghilterra di oggi e ce la racconta Ken Loach. E lo fa con onestà, senza fronzoli, senza bisogno di sottolineare i momenti drammatici. Ce la racconta e basta. Io, Daniel Blake, in cui il protagonista Dave Johns dà il meglio di sé, ha vinto la Palma d’Oro a Cannes e vedendo il film non si può che annuire: sì, il film lo merita tutto quel premio. Perché ci ricorda cose fondamentali che dimentichiamo ogni giorno. Ken Loach lo sa e durante la conferenza stampa ha sottolineato l’importanza di ricevere tale riconoscimento “A livello personale il premio non serve a niente ma aiuta la distribuzione del film e diffonde il suo messaggio”.

Ken Loach è un uomo gentile, attento, che da anni ci racconta storie importanti con un tocco che si va sempre raffinando, perché riesce a far sorridere e ci mostra quant’è bella la classe operaia. Anche se sembra antiquato parlare di classe operaia, e lui stesso ammette di sentirsi spesso antiquato, ma poi si guarda intorno e vede che ci sono nuove leve a darsi da fare, nuove forze pronte a combattere. Come fosse una guerra, e forse lo è. La guerra per la dignità dell’essere umano, per riappropriarsi della parola “cittadino” che pare non avere più un senso.

Tutto il cast ha lavorato a lungo per costruire i personaggi e la loro storia, entrando in contatto con realtà difficili ma piene di umanità. Il regista ci racconta “Questo film è nato dall’indignazione e dalla rabbia, mia, dello sceneggiatore Paul Laverty, e di tutti quelli che hanno lavorato nel film, nel vedere a che punto siamo arrivati. L’importante è rendere questa rabbia produttiva per organizzarci in maniera diversa”.

Ken Loach, nel corso della conferenza, ha parlato di Brexit, dell’importanza di sostenere l’ONU, delle condizioni terribili dei disabili, degli assurdi centri di collocamento, il cui obiettivo è di dare sanzioni ai lavoratori, di grattacieli di lusso disabitati e casette per gli attrezzi abitate, ma, con grande onestà, sottolinea che “C’è anche il piacere di lavorare ad un film. È la gioia di fare cinema che ci spinge a lavorare e voglio che questo non venga dimenticato”.

Io, Daniel Blake non coltiva false speranze, eppure Ken Loach appare fiducioso in quello che può essere il destino dell’Europa, raccontare questa storia di disoccupazione, morsi della fame e disumanizzazione è il suo modo di dire che bisogna agire subito. “C’è la consapevolezza che non si può continuare a vivere così” dice il regista “In qualunque comunità di lavoratori in Gran Bretagna, e sono sicuro anche in Italia, c’è sostegno reciproco. Abbiamo molte espressioni di solidarietà, ci sono campagne per le scuole, per la sanità, istituzioni a scopo benefico…”, inoltre Loach racconta di giovani registi militanti come lui, capaci di raccontare le storie ma, con un tocco di amarezza smussata dall’ironia, dice che “è il mercato a decidere, sono i produttori a scegliere cosa fare”.

Si potrebbe pensare che Io, Daniel Blake sia un film politico, riservato a chi si interessa di attualità, e invece non è così. Il film parla a tutti, aiuta ad avere uno sguardo più lucido sul nostro mondo e a mettere in discussione il nostro modo di vivere, perché abbiamo tutti da imparare da Daniel Blake.