Il 6 novembre uscirà nelle sale italiane l’attesissimo film di fantascienza Interstellar, ultimo parto del regista Christopher Nolan, che ha conquistato il pubblico con la trilogia di pellicole con protagonista il Cavaliere Oscuro Batman.

Si tratta di un’opera che i cultori della materia definirebbero di hard sci-fi, un sottogenere all’interno del più ampio universo fantascientifico in cui è centrale l’accuratezza delle tecnologie mostrate su grande schermo (o descritte in un romanzo), le cui storie derivano proprio da speculazioni fittizie applicate a questo ambito.

Nello specifico il film prevede la visualizzazione, e quindi la creazione a monte, di un wormhole (un tunnel spaziotemporale, più correttamente conosciuto come Ponte di Einstein-Rosen) e di un buco nero. Questi due elementi sono infatti fondamentali per la salvezza dell’umanità: in un futuro non troppo distante la specie rischia l’estinzione a causa di cambiamenti climatici che minacciano di distruggere tutte le coltivazioni.

Per questo motivo viene allestita una spedizione spaziale con la missione di trovare un pianeta simile alla Terra, in grado di ospitare la vita come la conosciamo. Partecipano all’impresa un ex pilota della NASA divenuto agricoltore (il premio Oscar Matthew McConaughey) e la scienziata Amelia Brand (Anne Hathaway).

Nolan, che si misura con giganti del calibro di Kubrick e del suo 2001 Odissea nello spazio, ha collaborato con il noto fisico teorico Kip Thorne, sopratutto per quanto riguarda la possibilità di un viaggio nel tempo attraverso un wormhole. Molto curiosamente il budget disponibile per un’enorme produzione hollywoodiana è molto più voluminoso dei fondi destinati alla ricerca e pertanto i modelli teorici poi utilizzati nel film sono stati di grande aiuto per gli studi del settore, tanto da aver generato una pubblicazione prettamente scientifica e una per gli addetti alla computer grafica.

Foto: ufficio stampa