In patria e negli Usa il film d’esordio del comico televisivo messicano Eugenio Debrez ha fatto furore al botteghino, un po’ come successo all’italico Checco Zalone. Forte di questo trionfo, Instructions Not Included arriva il 26 giugno anche nelle sale tricolori, sperando di ripetere il fortunato exploit.

La pellicola, nella sua prima parte che descrive infanzia e periodo di libertinaggio del protagonista Valentin, ambientata lungo la costa messicana, si presenta inizialmente come una commedia pura, basata su un discreto numero di gag visive e di equivoci. La natura di film low budget viene fuori in maniera evidente (dal punto di vista tecnico sopratutto per quanto riguarda la fotografia) proprio in questa fase, in cui veniamo a conoscenza delle tante paure di Valentin e del suo atteggiamento irresponsabile dedito solo al piacere.

Presto però la situazione cambia, e il tono diventa a poco a poco drammatico ma sempre venato di comicità, perché il latin lover si vede recapitare a casa da una sua vecchia fiamma il frutto del loro amore, la piccola Maggie. Incapace di prendersi cura di se stesso, e quindi tanto meno di un neonato, Valentin è costretto a inseguire Julie in terra americana, spingendosi fino a Los Angeles, allo scopo di restituire il fagottino alla mamma in fuga.

Durante la sua ricerca il messicano che non parla una parola di inglese viene notato da un produttore cinematografico che dopo una sua prova di coraggio gli offre un lavoro da stuntman. Impossibilitato a tornare a casa senza la piccola, che verrebbe fermata alla frontiera, e incapace di trovare la madre, per Valentin inizia un lungo periodo a stelle e strisce, durante il quale si prende cura di Maggie, coccolandola e viziandola come non mai.

Dopo 6 anni Julie ricompare nella vita della coppia, questa volta intenzionata a riprendersi la figlioletta che aveva abbandonato. Avvocatessa in carriera con compagna agguerrita al fianco, la donna chiede l’affidamento esclusivo: inizia così una battaglia legale che avrà una conclusione inaspettata.

Alla sua prima prova da regista, Debrez si affida ad alcuni topoi della comicità classica, ovvero il rapporto stralunato di un adulto con un infante e il contrasto tra due diversi stili di vita (in questo caso quello più rilassato e terra-terra messicano e la superficialità aliena degli americani).

Tra le sfumature più interessanti del film c’è infatti tutto il gioco sugli stereotipi su cui entrambi i popoli fanno leva nel loro rapporto con l’altro. Non che questo giustifichi il doppiaggio italiano che rende ogni personaggio yankee un perfetto imbecille, e che appiattisce il passaggio dallo spagnolo all’inglese cui è costretto l’anglofobo Valentin. In ogni caso, oltre a un certo sarcasmo nei confronti di Hollywood e dei cugini americani ricchi, l’opera sorprende per le allusioni al tema dell’immigrazione e dell’umile sistemazione lavorativa offerta ai messicani.

A non funzionare invece sono molte altre cose, che vanno dalla scansione episodica della parte centrale (costruita su scenette padre-figlia davvero fiacche, anche grazie alla legnosità degli interpreti) a una certa sciatteria formale che richiama certi telefilm americani degli anni ’90, passando per la progressiva normalizzazione della maschera di Valentin che perde la modesta carica comica accumulata prima.

La terza parte è quindi all’insegna del melodramma, come abbiamo detto, e anche in questo caso si fa molta fatica a credere al dolore dei suoi protagonisti. La svolta finale, che arriva sì annunciata ma anche imprevista nei dettagli, se da una parte spinge tutto sul lacrimevole (con esiti stilistici di poco conto) dall’altra costituisce una sorpresa che retrospettivamente dona un senso diverso, e più interessante, alla vicenda del personaggio principale.

Se Debrez si fosse dedicato maggiormente alle cose che funzionano nel suo esordio – alcune trovate comiche non sono affatto male – e avesse tagliato una quarantina di minuti al montaggio, adesso ci saremmo trovati a parlare di “nuova promessa comica proveniente dal Messico”. Rebus sic stantibus Instructions Not Included non riesce minimamente ad avvicinarsi a quella commozione facile e leggera, ma magistralmente architettata, che aveva reso Quasi amici un caso internazionale, dovendosi “accontentare” della sola ascesa economica.