Senza discussioni, Isabella Ragonese si conferma una delle più validi attrici della generazione intorno ai trent’anni. Dopo i numerosi film all’attivo (“Tutta la vita davanti”, “Viola d’amore”, “Dieci Inverni”) e dopo essere stata un più che convincente Orlando nella scorsa stagione teatrale, eccola ora nei panni di una Medea contemporanea, nella complessa pièce dell’inglese Dennis Kelly Taking care of baby (2007), con la regia di Fabrizio Arcuri.

Già il titolo suona sinistro ed emblematico di quello che vedremo, in quanto il “taking care” può significare prendersi cura in senso affettivo del bambino, ma anche “sistemarlo”, nel senso di eliminarlo. E’ un lavoro che confonde recitazione filmica e teatrale, fiction e documentario. Attraverso interviste, note di cronaca, ricostruzioni e supposizioni, viene narrata una vicenda vera della quale conosciamo solo l’esito finale: due bambini sono stati uccisi e la madre, interpretata dalla Ragonese, è sospettata.

La splendida attrice per la quasi totalità dello spettacolo è seduta alle spalle del pubblico, in fondo al teatro, ed è ripresa da una telecamera che ne rimanda il volto in primo piano su un telo posto sul palcoscenico. Con una recitazione di alti e bassi, alternando tensione e rilassamento, aperture e chiusure, freddezza e tenerezza, il personaggio sgretola progressivamente l’iniziale certezza della sua colpevolezza per approdare, fisicamente in scena, verso un epilogo incerto, dove il dilemma non si risolve: è innocente ? E’ colpevole ? Ha ucciso i figli, ma solo perché obbligata da una sindrome che la costringe a compiere atti crudeli?

Al di là del dubbio, ragionevolmente posto, lo spettatore è coinvolto attraverso la mediazione del filmato e del racconto realistico, venendo costretto a prendere parte, a scegliere quale verità condividere.

Il processo si complica con la figura della madre della protagonista, una donna di circa 50 anni, militante di area laburista, interpretata da Francesca Mazza. Raccontando della figlia e confrontandosi con lei, oscilla costantemente tra assoluzione e condanna. E’ una differente relazione madre/figlia, che si sovrappone alla principale e che in qualche modo ne svela il carattere più profondo, il suo valore universale : un substrato di freddezza, di anaffettività, che possono portare all’infanticidio. E’ qui che il dramma antico di Medea abbraccia e si confonde con una tragedia contemporanea.

Da segnalare le belle musiche originali composte dai Subsonica.