Come annunciato da tempo il 2015 prevede un doppio appuntamento con la Pixar, evenienza più unica che rara: dopo il capolavoro Inside Out, campione di incassi in Italia come nel resto del mondo, da domani nella sale cinematografiche farà il suo debutto anche Il viaggio di Arlo (titolo nostrano dell’internazionale The Good Dinosaur).

L’ultima opera nata dalla collaborazione tra la Pixar e la Disney rappresenta forse maggiormente il prevalere dell’impostazione narrativa legata alla tradizione della storica casa di produzione.

Lontano dalle sperimentazioni di un film come Inside Out o dalla poesia da cinema muto della prima parte di Wall-E, Il viaggio di Arlo in qualche modo potrebbe essere visto come una risposta (più o meno calcolata, visti i tempi di lavorazione) a chi aveva sostenuto che l’ultimo lavoro Pixar parlasse più agli adulti che agli spettatori più piccoli.

L’intreccio di base del film è in effetti molto tradizionale, essendo basato sul percorso di maturazione del protagonista tramite la scoperta del mondo esterno e al contempo delle proprie capacità durante il viaggio di ritorno verso casa dopo un incidente. Il tutto accompagnato da una creaturina umana dal comportamento quasi canino.

Arlo è il terzogenito di una famiglia di Apatosauri, dinosauri dal collo lungo che sopravvivono come agricoltori in un piccolo appezzamento di terra che sorge alle pendici di un monte e poco distante da un fiume che fornisce loro l’acqua necessaria. Rispetto ai suoi due fratelli Arlo, per quanto bendisposto, sembra intrattenere un rapporto difficile con la natura, dalla quale è costantemente intimorito.

Il padre cerca di aiutarlo a superare questa paura, ma proprio durante una di queste prove iniziatiche i due vengono separati da una tempesta: risvegliatosi da solo e in un luogo sconosciuto, il giovane dinosauro dovrà fare ritorno a casa contando solo sulle proprie forze e sull’aiuto di Spot, cucciolo d’uomo che, affezionatosi, lo segue come un cane addomesticato.

Non è dunque nella storia che va rinvenuta l’originalità del film diretto da Peter Sohn, qui al suo debutto in un lungometraggio dopo la prova nel corto Parzialmente nuvoloso. Buona parte della riuscita di Il viaggio di Arlo va infatti attribuita allo stupefacente lavoro fatto nella creazione degli ambienti in cui si muovono il giovane Arlo e il suo fedele Spot (così viene battezzato l’ululante ragazzo selvaggio), frutto dei sopralluoghi del team creativo in Montana, Oregon e Wyoming.

Le capacità della computer grafica sono spremute al limite massimo attualmente immaginabile, arrivando a un livello di realismo strabiliante – in alcuni istanti le inquadrature dei corsi d’acqua si distinguono a fatica da riprese analoghe dal vivo – cui si aggiunge l’apporto di luci e colori caldi scelti dal direttore della fotografia Sharon Calahan ai quali si devono i momenti più emozionanti della pellicola.

L’impressionante vastità degli spazi è stata resa possibile dal lavoro compiuto su immagini satellitari che hanno dato la base dei terreni generati, sui quali poi gli animatori hanno creato l’intera vegetazione. Il vantaggio di un simile modus operandi si riflette anche sulle possibilità della macchina da presa virtuale, molto più mobile rispetto a quanto possibile con degli sfondi dipinti, e in grado di seguire al meglio le evoluzioni dei personaggi, più stilizzati ma non meno complessi rispetto al background con un piacevole effetto di contrasto appena accennato in questo senso.

Vallate profonde, montagne, enormi nubi cangianti a seconda del clima (apprezzabile tutto l’impegno profuso nell’animazione di nuvole tridimensionali), un viaggio attraverso lande poco abitate: tutto ciò fa venire in mente il western e in effetti tra i riferimenti di Il viaggio di Arlo c’è proprio quel tipo di cinema, rafforzato dall’incontro del dinosauro con una famiglia di T-Rex allevatori che portano al pascolo una mandria di bisonti. Il tema del film in fondo, come in tanti film western e d’avventura, è proprio quello della ricerca di se stessi in un confronto con la natura che può essere spietata, pericolosa, indifferente e benigna a seconda dell’occasione.

Ma ritorniamo all’iniziale premessa riguardante la classicità della struttura di Il viaggio di Arlo. Come spesso accade in questo caso – e si tratta di un punto su cui la Pixar da sempre insiste con forza – a dare maggiore soddisfazione è il grado di dettaglio di cui è costellato il film, in grado di far sorridere quanto di strappare un apprezzamento per l’arguzia del ragionamento sottostante.

Nonostante non venga esplorato quanto si desidererebbe, sono tanti i piccoli dettagli che rendono realistica (o almeno verosimile) la descrizione del mondo popolato da dinosauri intelligenti, che per quanto leggermente antropomorfizzati mantengono sempre una loro specificità nei comportamenti.

Tra gli ami che il film getta allo spettatore come potenziali spunti di riflessione c’è anche quella riguardante il ruolo dell’uomo nella natura. In questo caso la civiltà è rappresentata da varie specie di dinosauri dotati di raziocinio, mentre l’uomo è ridotto allo stato brado: una condizione di inferiorità cui non corrisponde una devastazione dell’ambiente e forse addirittura un monito a ragionare maggiormente sulla dignità degli animali e delle loro vite.