Grazie alla distribuzione della Parthenos a partire dal 9 ottobre giunge finalmente anche in Italia Il regno d’inverno – Winter Sleep, il film che ha conquistato la Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes.

Il regista turco Nuri Bilge Ceylan, frequentatore abituale della Croisette e beniamino della manifestazione francese, che ogni volta riesce a premiarlo in qualche modo, realizza un’opera monstre (196 minuti) che è forse la più accessibile della sua carriera e che si appoggia più sulle interpretazioni degli attori che sulla forza evocativa delle immagini.

Cappadocia, landa desolata e dalla forte potenza suggestiva, meta di turisti in cerca di emozioni paesaggistiche. In una paesino della regione vive Aydin, il proprietario di un ostello che gestisce insieme alla giovane moglie Nihal, alla sorella Necla e al tuttofare Hidayet. A poco a poco, mentre il film scorre e gli eventi lentamente si dipanano, scopriamo che l’attore ritiratosi a vita privata, colto, affabile e calmo nasconde l’animo del tiranno oppressivo, ipocrita e manipolare del suo piccolo regno abbarbicato sui rilievi dell’Anatolia.

Sui tre membri della famiglia di Aydin è caduto infatti da tempo il sonno invernale del titolo, un vero e proprio sonno dell’anima (per usare un’espressione vagamente poetica), che si riflette sull’atmosfera che aleggia sul film: narcotica, sonnolenta, paralizzante, la sensazione che si prova in una domenica invernale subito dopo aver pranzato, quando sopraggiunge quel particolare spossamento. Un torpore piacevole in una giornata altrimenti vuota, ma che per il trio di figure principali è divenuta la condizione abitata da tanto, troppo tempo, a causa delle circostanze della vita e sopratutto dalle proprie inclinazioni personali.

Al centro dell’interesse di Ceylan, che per quest’ultimo opera ha dichiarato di preso ispirazione dalle opere letterarie di Checov (con qualche traccia di Shakespeare e Dostoevskij), vi è il progressivo svelamento delle sfumature dell’animo dei tre personaggi, che si delineano direttamente ma sopratutto in controluce (tramite sottintesi, implicazioni, riferimenti al passato) tramite lunghe, estenuanti e isolate scene madri dialogiche, filmate principalmente in campo/controcampo. L’intreccio minimale che lega queste sequenze prende il via quando l’automobile di Aydin viene colpita dal sasso scagliato da un bambino figlio di suoi affittuari che stanno per essere sfrattati: è sola la prima delle rocce che infrangono lo specchio liquido delle apparenze e che danno il via a un gioco al massacro edificato su risentimenti covati verso gli altri e se stessi ed esacerbati dalla convivenza forzata nello stesso luogo.

Come si diceva, il fulcro dell’operazione cinematografica del regista poggia su una messa in scena piuttosto semplice, molto concentrata, che prevede lunghe scene di confronti a due – più raramente a tre – durante i quali i personaggi si scontrano, con piglio diremmo bergmaniano, in dialoghi in bilico tra il realismo e la letterarietà. Non mancano le sortite in esterni, a dare aria al film, con dei momenti piuttosto potenti e significativi (per quanto metafore un po’ scontate) come la cattura di un cavallo selvatico, alcune scene in notturna, l’arrivo del manto bianco di neve a ricoprire la Cappadocia e le vite dei personaggi (e tornano in mente i primi versi de La terra desolata di T. S. Eliot, dove quel poco di arida vita veniva tenuta in caldo dalla neve pietosa).

Opera ponderosa e poderosa, quella di Ceylan, in grado di penetrare nelle pieghe più nascoste e meno gradevoli dell’animo umano. Eppure, nonostante il grande valore dell’operazione del regista, non è improbabile avvertire anche una certa artificiosità nel film che si è portato a casa il maggiore riconoscimento di Cannes: tanta coesione nella messa in scena, impostata sopratutto sui momenti dialogici, non ha forse impedito al cineasta di esprimere tramite le immagini quanto viene imboccato dalle parole dei personaggi? Il sospetto è che si faccia molta fatica a separare l’aridità intrinseca e connaturata al senso de Il regno d’inverno da quella della pellicola stessa. Bisogna dunque saperle accettare entrambe o nessuna, per non rimanere scontentati dalla prova cui Ceylan sottopone lo spettatore. E non è detto che la ricompensa possa essere ritenuta sufficiente.

Foto: ufficio stampa