Il racconto dei racconti, l’ultimo film di Matteo Garrone, dal 14 maggio al cinema e presto in concorso al Festival di Cannes, compie il percorso inverso rispetto a quanto fatto dal cineasta nelle sue opere precedenti.

È lo stesso cineasta a spiegarlo: partendo da una materia fantastica come quella della raccolta di fiabe di Giambattista Basile, Lo Cunto de li Cunti, risalente alla prima metà del ’600 ha cercato di aggrapparsi agli appigli più realistici della narrazione. L’esito opposto rispetto a quell odi Reality, per esempio, che già dal titolo tradiva la sua vocazione di favola che partiva da un’ossessione tutta moderna. Proprio l’ossessione è uno dei temi del film, che mette in scena tre fiabe di Basile, montate in parallelo e incrociantisi nell’incipit e nel finale, alternando atmosfere fantasy e horror con qualche sparuta traccia di commedia, ma sempre con un occhio di riguardo verso il grottesco.

Nella prima seguiamo la vicenda della regina di Selvascura (i personaggi principali sono monarchi o prossimi a questi) che desidera ardentemente avere un figlio. La tanto agognata maternità viene raggiunta attraverso un atto di sacrificio, quello di un drago marino, il cui cuore divorato provoca la nascita di due figli in tutto e per tutto simili ma con madri diverse: la regina interpretata da Salma Hayek e una popolana che ha cotto l’enorme organo. Una volta cresciuti il legame tra i due ragazzi verrà messo alla prova dall’aristocratica madre, guidata da un’amore morboso ed esclusivo verso quel bambino così tanto a lungo cercato.

Nella seconda il re donnaiolo di Roccaforte, Vincent Cassel, si innamora perdutamente del canto di una donna, pur non conoscendone l’identità. Questa, richiesta a viva forza dall’uomo, è in realtà un’anziana tingitrice che vive insieme alla sorella. Un intervento miracoloso la trasformerà in una giovane bellissima (Stacy Martin), ma la nuova sposa del re dovrà fare i conti con l’attaccamento patologico della sorella, che avrà conseguenze orrende.

La terza fiaba è invece quella del re di Altomonte, Toby Jones, che ama sinceramente la propria figlia, trascurata però per occuparsi di una pulce da cui è ossessionato e che riesce a far crescere a dismisura. Una volta morta, quasi per capriccio il re decide di dare in sposa la figlia a chi saprà riconoscere la pelle del mostruoso animale. La vittoria ricadrà sul candidato meno desiderato dalla ragazza, Viola, con effetti tragici.

Tre storie per 120 minuti, più o meno 40 minuti a storia: un tempo sufficiente per fare appassionare lo spettatore a intrecci non particolarmente interessanti ma dalle svolte finali impreviste e cruente? Difficile rispondere positivamente se si considera la sola sceneggiatura, giacché dialoghi e in generale l’andamento narrativo paiono forzati e meccanici, con personaggi di scarso appeal ai quali non è semplice approcciarsi, figure con al massimo due tratti caratteristici e per il resto molto generiche. Non aiutano troppo in questo senso neanche le performance degli attori: pare evidente che Garrone non sia a proprio agio con la lingua inglese, non riuscendo a cavare il meglio da interpreti famosi e di grande talento come Jones o Cassel. Punto basso del film sono tutte le scene di Salma Hayek, monocorde all’inverosimile.

Sul piano della pura spettacolarità invece Il racconto dei racconti è una vera e propria gioia per gli occhi. Su tutto prevalgono le splendide location scelte per le riprese, talmente affascinanti da apparire dei set ricostruiti digitalmente (e questo pare essere stato l’obiettivo di Garrone). Castelli, boschi, gole, caverne e ponti sembrano state create appositamente dalla natura per essere illuminate dalle luci di Peter Suschitzky, direttore della fotografia abituale di David Cronenbeg, e rappresentano il sicuro selling point del film. Discorso simile ma non uguale per gli effetti speciali, in particolar modo per la costruzione delle creature, tutte realizzate fisicamente, con risultati che oscillano tra il meraviglioso (il drago marino) e la perplessità (il mostro che minaccia i due gemelli).

Far sgranare gli occhi, più che a colpire il cuore o ad attivare l’intelligenza dello spettatore, sembra essere la funzione della regia di Garrone, che predilige quando può piani sequenza e long take, composizioni dell’inquadratura simmetriche o incentrate su una geometria perfetta: in fondo Il racconto dei racconti può essere considerato il suo blockbuster d’autore, visti anche i capitali investiti nel progetto e forse in questo senso il film funziona rivolgendosi agli appetiti più immediati del pubblico, esaltandolo, facendolo inorridire persino e non lesinando con alcune scene di un certo impatto per i più deboli di cuore. Peculiare anche il gusto per la digressione, con alcune scene create quasi solo per stupire e ammaliare più che per far procedere la storia.

Tuttavia a chi scrive è parso che il filo rosso che dovrebbe unire le tre fiabe, a parte l’attenzione per le figure femminili, sia troppo sottile per unire delle storie che a volte scadono nel didascalico anche nella messa in scena (gli establishing shot dei castelli per indicare i passaggi da una storia all’altra sono imperdonabili e riportano a certe esigenze della serialità televisiva tipo Il Trono di spade, in qualche modo modello in filigrana del film).

Stupisce in negativo un inedito sguardo moraleggiante di Garrone che distribuisce colpe, da sempre regista non giudicante i suoi personaggi, almeno per quanto riguarda due storie su tre: la terza, quella incentrata sul romanzo di formazione di Viola, per quanto sia la meno coerente narrativamente è anche la più ambigua e la più cupa e irrazionale, quella che fa sorgere qualche domanda su motivazioni, atteggiamenti e comportamenti dei personaggi. Forse un po’ poco, ma mai come questa volta l’opera potrebbe dividere nettamente il pubblico e  vari tipi di pubblici.