Con un certo ritardo rispetto alla presentazione durante lo scorso Festival di Venezia, arriva finalmente nelle sale cinematografiche italiane Il Padre (in precedenza conosciuto come The Cut), l’ultimo e forse il più ambizioso film del cineasta turco Fatih Akin.

Il regista di opere pluripremiata come La sposa turca, Soul Kitchen e Ai confini del paradiso completa quella che in precedenza aveva definito come la “trilogia sull’amore, la morte e il demonio”.

Il padre affronta uno dei temi che da sempre rappresentano una spina nel fianco dell’opinione pubblica turca, ovvero quel genocidio degli armeni che per quanto in Francia abbia dato alla luce una legge riguardante il reato di negazionismo, nel Paese governato da Erdogan costituisce ancora un tabù.

Nonostante ciò Akin ha raccontato di aver voluto affrontare questo tema perché spinto dalla curiosità, e per la progressiva, lieve ma reale apertura dei suoi concittadini rispetto alla questione: “I miei genitori sono turchi, perciò si tratta di un argomento che mi interessa, e soprattutto il fatto che sia tabù. Una cosa proibita cattura sempre la mia attenzione e mi spinge a saperne di più, a prescindere da quale sia l’argomento. Se avessi parlato del genocidio in un pub di Istanbul le persone al tavolo di fianco avrebbero potuto intervenire e chiedere: ìEhi, cosa stai dicendo tu?’ In molti posti, oggi, se ne può parlare senza bisogno di sussurrare.

Il film è ambientato durante la Prima guerra mondiale e prende avvio dai rastrellamenti degli armeni. L’anno fatidico è quello del 1915, il protagonista è il giovane fabbro Nazaret, che viene separato dalla famiglia da un gruppo di mercenari.

Dato per morto dopo un lungo taglio sulla gola, che lo lascia privo della parola, solo dopo la fine del conflitto Nazaret scopre che le due figlie date per disperse sono in realtà sopravvissute. Inizia così un viaggio per tutto il mondo che lo porterà a incontrare molte persone, vittime e carnefici, alla ricerca di quelle due ragazzine, ora divenute giovani donne.

Protagonista del film è Tahar Rahim, l’attore che si è imposto in Occidente grazie alla sua superba interpretazione nell’intenso Il profeta di Jean-Jacques Audiard e che recentemente è stato diretto da Asghar Farhadi in Il passato.

Proprio il film francese è stata un’ispirazione indiretta per Akin, che racconta di essere arrivato a Rahim proprio grazie a quella pellicola: “Avevo visto il film Il profeta, in cui Tahar aveva il ruolo del protagonista. Secondo me si tratta di uno tra i migliori film europei usciti nell’ultimo decennio. Tahar compare in ogni scena e il film si regge su di lui, anche se per tutta la durata non dice quasi una parola. Abbiamo avuto la stessa idea per il nostro protagonista: un turco dovrebbe tagliargli la gola, ma si ferma all’ultimo secondo perché non riesce a uccidere un uomo innocente. Tuttavia, danneggia le corde vocali di Nazaret.”

Un film storico, dunque, frutto di rigorose ricostruzioni, ma anche un film di genere, di frontiera, che si interroga sulla difficile distinzione tra bene e male: “Racconto la storia di un padre che viaggia per il mondo alla ricerca delle sue due figlie. È un western: il padre viaggia verso ovest fino a quando non raggiunge gli Stati Uniti. E’ una storia di emigrazione e immigrazione. Sullo sfondo del racconto c’è il genocidio, ma non è un film sul genocidio. Nel film la linea di confine tra il bene e il male non è sempre ben distinta. Il protagonista per esempio, l’armeno Nazaret, passa dall’essere vittima a carnefice. E sopravvive solo grazie alla compassione e pietà di un turco.”

Il padre arriverà al cinema grazie alla Bim Distribuzione a partire dal 9 aprile.